
Lezioni di nuoto (Guanda) di Valentina Fortichiari - Particolare della copertina
Mettete insieme il piacere del nuoto, quello dell’eros, incarnato in un amante giovanissimo, la passione per la scrittura e il cibo: da questa osmosi vitale, che esalta tutti i sensi, prende avvio Lezioni di Nuoto - Colette e Bertrand, estate 1920 di Valentina Fortichiari, edito da Guanda.
Tutto ruota attorno a Colette (1873-1954), poliedrica scrittrice francese, sposata tre volte, spesso al centro di scandali per le sue disinibite relazioni sentimentali con ambo i sessi.
In questi giorni il suo mito rivive anche grazie al film di Stephen Frears tratto dai due romanzi, appena ripubblicati da Adelphi, Chéri e La fine di Chéri, interpretato da Michelle Pfeiffer: storia di una matura, colta e ricca cocotte, oggi la chiameremmo escort, innamorata del giovanissimo e viziato figlio di un’amica. Chéri precorre di poco, quasi una premonizione, la relazione pericolosa che sboccia nella realtà proprio fra Colette e il figliastro Bertrand nel 1920, durante un’estate in Bretagna, che ha ispirato il romanzo di Fortichiari.
All’autrice di Lezioni di nuoto (una carriera nel mondo editoriale, studiosa di Guido Morselli e Cesare Zavattini) chiediamo qual è stato il clic che ha fatto scattare la passione per Colette.
“L’acqua e il nuoto! Per me, che sono nuotatrice di lungo corso e avverto la falcata nell’acqua come sprofondamento e conoscenza nella vita, scoprire che Colette era un’appassionata delle lunghe nuotate è stata una rivelazione”.
Quanto del suo agonismo ha nutrito la Colette del romanzo?
Le nuotate che ci sono nel romanzo in realtà sono le mie, in particolare l’immersione di Colette nel momento più livido di un temporale rimanda ai miei allenamenti agonistici nella piscina scoperta di via Mecenate, a Milano, anche tra buriane e straventi. Per arbitrio immaginativo ho attribuito le mie vasche a Colette; le bracciate voluttuose mi sembrava che raffigurassero al meglio il personaggio che ho indagato e inseguito in tutti i suoi romanzi e documenti: Colette era una donna dai piaceri smodati, una che “andava al massimo”.
Dalle lezioni di nuoto a quelle di eros.
Galeotte sono le lezioni di nuoto che Colette dà a Bertrand: dal bagno alla camera da letto il passo è breve. Colette lo percorre con “la velocità di un formichiere che spazzola da terra piccoli insetti”, come racconto nel libro.
Ma le lezioni di Colette non si fermano al sesso…
Bertrand ignora tutto dei piaceri della vita e da Colette riceve una formazione completa, prima di tutto letteraria: da Balzac a Proust, da Chateubriand alla Mansfield. Non dimentichiamo il piacere della cucina: Colette si cura di Bertrand e di tutti gli amici ospiti nella sua villa di Rozven come un’infaticabile massaia, fra ostriche alla panna e soufflè con il gelato rosso; le ricette presenti nel mio libro sono tutte vere, ricavate dai libri e dalle lettere di Colette.
Apollinaire definiva Colette “un’anima più monella che perversa”, una grande donna libera. È d’accordo?
“Sì, in Colette non c’è tanto la perversione, ma il desiderio di combinare guai, di essere irresponsabile come si è nell’infanzia. Nel romanzo, ciò porterà alla tragedia della sua strapazzatissima amica Hélène. Questa chiusa è proprio di mia invenzione, perché nella realtà storica la poetessa Hélène Picard, segretaria di Colette, vive tranquilla fino a tarda età, ma questo finale virato in scuro è un omaggio a Guido Morselli , a quel suo senso nero della dissipazione”.
E Bertrand?
“Nel romanzo la relazione rimane in sospeso, nella vita durò sei anni e si concluse quando Colette sposò il suo terzo marito. Senza per questo smettere le sue pratiche di libero amore”.
- Giovedì 24 Settembre 2009

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Il 24 Settembre 2009 alle 12:44 nhico ha scritto:
Tra gli sguardi di ammirazione dei commercianti, che in mancanza di clienti sostavano a chiacchierare dinanzi ai loro negozi, Elvira Pecora stava percorrendo via Garibaldi. Quando arrivò davanti alla “Profumeria Carlotta”, lasciò il marciapiede, ridotto quasi ad una lasagna, ed entrò nella sua spaziosa zona espositiva esterna. Incollò il naso ad una vetrina e si mostrò molto curiosa ed interessata. Dieci secondi dopo, uscì una sorridente commessa e l’invitò ad entrare. Lei guardò l’orologio e, con un’eloquente alzata di spalle, la seguì dentro.
«Veramente ho i minuti contati. Ma la vostra vetrina ha per me un fascino irresistibile. Inoltre è da parecchio tempo che vado pensando che forse cambiare profumo, se non l’intera mia linea di cosmesi, mi farebbe bene.»
«Allora, dottoressa Pecora», le disse la figlia della proprietaria andandole incontro, «non poteva capitare in un momento più propizio. Come forse ha potuto notare, il nostro negozio sta praticando sconti davvero eccezionali.» Per non farle sentire troppo il soffocante assedio, licenziò la commessa. «Grazie, Silvana, puoi andare. Ci penso io a servire la dottoressa.»
Sarebbe stato impossibile non accorgersene. Le vetrine, che si aprivano sulla via come le gambe di certe signore cui nessuno badava più, erano piene di inviti ad entrare e di locandine su cui pazientemente erano stati elencati, in bella grafia, i vari prodotti e le relative percentuali di sconto. Ma lei in testa aveva un suo piano e lo stava seguendo pedissequamente. Era un’ottima cliente, sapeva di avere un trattamento soddisfacente, però quella volta era entrata per portare a casa informazioni.
Certo, prima di cominciare a fare domande su un’altra possibile loro cliente, doveva preparare il terreno con molta attenzione. Iniziò portando il discorso su sua madre. Un diversivo come un altro. Aveva scelto quella fascia oraria proprio per questo.
«Non c’è sua madre?»
«Arriverà più tardi», rispose lei con il rispetto dovuto ad una cliente che compra molto ogni volta che entra. «Ma non si preoccupi. Sono autorizzata a praticarle lo sconto consueto.»
«Anche per la merce già scontata?»
Sperando di fare un altro passo in avanti nell’opera di persuasione.
«Anche. Non lo potremmo fare, ma per lei facciamo un’eccezione.»
«Allora», e provò una certa vergogna per quanto stava per dire, «in passato, quando mi avete fatto il solito, striminzito sconto del cinque per cento, un piccolo sforzo in più, per una cliente affezionata e spendacciona come sono io, l’avreste potuto fare?»
«La sua è una domanda davvero difficile», farfugliò lei e, senza volerlo, abbassò gli occhi.
«Tatiana, non volevo incasinarla. Mi scusi.» Rivolse tutta la sua attenzione ad uno specchio a muro che rifletteva, per intero, le loro immagini. Nonostante la notevole differenza di età e la bellezza da reclame dell’altra, quella ravvicinata comparazione la fece andare orgogliosa del suo ventre piatto e di tutto quanto il suo tubino, da sotto la pelliccia aperta, lasciava vedere e intravedere.
«Tuttavia», proseguì lei, arrossendo, «non voglio eluderla. Purtroppo, di questi tempi, si vende poco o niente. Però gli impegni commerciali vanno mantenuti.»
«Mi sembra di sentir parlare…»
Si bloccò come se non riuscisse a trovare la soluzione di un’aferesi particolarmente difficile. In realtà, in quel gioco ad incastro, seguendo la via traversa del piccolo inganno, si preparava a passare all’adulazione per affondarle la stoccata finale.
«Un ragioniere?» La giovane era sempre più impacciata. «Lo sono.»
«Un’esperta professionista», le sussurrò Elvira l’ingannatrice, prendendola sottobraccio e manifestandole opportunamente, in eguale misura, apprezzamento e stima. «Perché gli sconti possono far piacere, ma non sono tutto. Quello che una cliente come me si aspetta da un negozio come il vostro sono i giusti consigli. Se poi, mentre prepariamo la lista dei prodotti da comprare, mi offre una tazza di caffè, come fa tutte le volte sua madre, e mi aggiorna su cosa comprano le donne dalla reputazione compromessa come la mia, mi farà veramente felice.»
«Certo», rispose lei, elettrizzata dalla sua ironia voluttuosa e, soprattutto, dalla piega favorevole che stava prendendo l’approccio mercantile. «Condividere il piacere di una tazza di caffè con una cliente, mentre si parla di come renderci più seducenti, è una delle cose che mi piacciono di più di questo mestiere.»
E poiché era uno di quei molti e molti giorni di magra di cui nessuno ormai teneva più conto per scaramanzia, Elvira Pecora poté parlare ed ordinare, ordinare ed indagare, senza problemi. Ad un certo punto la ragazza, che era seduta diritta, non scomoda ma con l’aria determinata, le avrebbe voluto offrire un’altra tazza di caffè, ma lei guardò l’orologio e disse di no: erano passati centodue minuti da quando era entrata. Era ora di chiudere il borsello e di portare via le chiappe.
Si avviò verso l’uscita con una grande busta di carta verde piena di confezioni di ogni tipo e formato. Aveva comprato roba per un intero collegio di fanciulle con il pallino delle creme e sottocreme, e la scorta di profumi e deodoranti che aveva fatto non era da meno. Non avrebbe più avuto motivo di entrare in una profumeria per almeno due anni.
Salutò la felice Tatiana, che l’aveva accompagnata fino in strada, e s’incamminò verso casa. Con la notizia nel sacco.
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