L’ubicazione del bene… a soli 20 minuti dalla città

Villetta (by antonde - Flickr)

Villetta (by antonde - Flickr)

L’ubicazione del bene (Einaudi) è un titolo geniale. Mi ha ricordato Per brevità chiamato artista, scelto qualche anno fa da Francesco De Gregori per il suo ultimo album di inediti. Sono entrambe espressioni rubate al linguaggio meccanico della burocrazia (i contratti discografici dell’era pre-digitale nel caso del cantautore, il gergo catastale nel caso dello scrittore) e riempite d’anima, rivestite di un significato esistenziale. Il parallelo musicale mi soccorre anche per individuare la struttura di questo libro, seconda prova narrativa di Giorgio Falco.

Come un concept album, si compone di nove racconti legati da un filo conduttore tanto solido quanto immaginario: il paese di Cortesforza, suburbio residenziale padano a sud-ovest di Milano nel “lembo di terra tra Vermezzo e Abbiategrasso”, come si legge nella title track, il racconto che dà il nome alla raccolta.

Le villette di Cortesforza, immerse nel verde sbiadito della Bassa e insediate dai capannoni industriali, sono le quinte di storie di ordinario fallimento. Con uno stile lucido ed essenziale che al freddo incedere notarile mescola incipit mozzafiato, dialoghi ficcanti e stralunate digressioni, Falco schizza il profilo di individui che hanno perso di vista il mondo, vittime di un egocentrismo anestetizzato nell’istante preciso in cui l’alienazione si affaccia sull’orlo della follia.

Specchio di relazioni sociali divenute irreversibilmente sociopatiche, la divertente metafisica dei gesti quotidiani si traduce in sospettosi scambi col vicinato, rassegnati tentativi di coppia, mortificanti conversazioni con direttori di banca, aggressività represse fra colleghi. Eppure gli emarginati di Cortesforza sono gli eredi di quella brillante middle class padana che verso la fine del secolo scorso, credendo di aderire a un posticcio sogno americano, aveva sposato la delocalizzazione residenziale come un simbolo, uno status, o magari come promessa di una vita più sana.

Invece gli agglomerati nel verde sono rimasti grovigli edilizi informi, ben lontani dal diventare paese, circondati da campi sospesi in attesa di sfruttamento. Spazi dilatati e popolati da solitudini che condividono un’unica intimità: quella delle auto incolonnate. Tempi compressi e repressi, soffocati dalle promiscue attese nella “distesa di lamiera parlante”.

In questa fotografia sfocata che il lettore si trova minacciosamente di fronte, incerto se provare a scovare se stesso, ci sono animali sulla stessa miserabile arca degli umani, diretta verso il nulla. E sono cani abbaianti e piccioni, topi e scarafaggi e scimmie inferocite da zoo safari, uccelli caduti al suono delle doppiette, pulcini congelati cibo per boa d’appartamento. A loro viene quasi naturale riservare quella pietas che a uomini e donne è negata.

Ma è vero poi che il suburbio residenziale è più “eco” della città? “Un’ottima risposta è inutile dopo sette secondi”, dice un personaggio del libro, così mi affretto. No, affatto, almeno secondo l’opinione di David Owen, giornalista americano autore di Green Metropolis, corposo tomo fresco di stampa oltreoceano, dedicato fra l’altro all’analisi comparata dell’impatto ambientale in città e nei sobborghi. Allo stato dei fatti, dice Owen provocatoriamente (ma non troppo), oggi abitare in una grande città del mondo occidentale offre più opportunità di ridurre la propria impronta ambientale rispetto alla villetta-a-venti-minuti-dal-centro (e dal supermercato, dal cinema, dal campo sportivo…): ci si può spostare a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, le case sono più piccole e in proporzione serve meno energia a riscaldare un condominio (con i muri in comproprietà) che una singola villetta; le infrastrutture sono alla portata, condivise e in genere più efficienti. E i vicini di casa? Mah, forse quelli sono tutti uguali…

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