L’arte di essere povero: cronaca di una vita in discesa

"L'arte di essere povero" di Boni de Castellane, Excelsior 1881 - Particolare della copertina

“Per lo meno mi resta una consolazione: non mi sono mai annoiato” questa è la divertita e amara battuta conclusiva sulla propria vita in discesa di Boni de Castellane (1867-1932), nato nella crème dell’aristocrazia francese dove i quarti di nobiltà spesso si assommavano ai debiti.

A ventotto anni sposa Anna Gould, la figlia del re delle ferrovie americane, a cui fa fare tre figli e robustamente ne martella il patrimonio. “L’altra faccia della medaglia” sembra sussurrasse Boni parlando della bruttissima moglie, rispetto a tutta la bellezza di ville, imbarcazioni, maneggi che si può permettere con la sua ricchezza.

Se de Castellane nasce nobile, spiantato lo diventa. La ricca ereditiera lo licenzia con il divorzio, “il 5 novembre 1906 alle cinque di sera”. Nobilmente gli lascia i vestiti e i debiti. La stampa scandalistica francese e americana ci sguazza, ancor di più quando de Castellane assale il nuovo fidanzato della ex moglie: il cugino Hélie de Talleyrand, spiantato e più vecchio di lui di una decina di anni, menandolo con l’elegante bastone da passaggio.

È proprio dalla data della sentenza di divorzio che prende avvio il racconto di questo andare dalle stelle di re della Bella Époque alle stalle delle ristrettezze. Ne nasce un manuale che è anche un’autobiografia, L’arte di essere povero (Excelsior1881).

Anche per essere povero ci vuole un’arte e Boni è un artista, raffinato dandy squattrinato e malgré lui, da aristocratico di razza, non perde né le maniere squisite, né la dignità. Le frequentazioni rimangono eccellenti da D’Annunzio, a Proust, dalla Bernhardt a Pierre Loti, perché la classe non è acqua e De Castellane rimane un gentiluomo, ma senza denaro, che deve salvare perfino il cappotto con interno d’ermellino da un pignoramento eseguito in un luogo pubblico, indossandolo durante la cena.

E se la realtà fa irruzione con tutta la sua bieca volgarità monetaria, il vero esteta deve accettare il compromesso per sopravvivere: il lavoro. Tra lo stupore generale Boni timidamente lavora. Dopo funesti tentativi perfino nel campo dell’estetica, non quella filosofica, ma quella di creme e profumi femminili, l’aristocratico mette a frutto quello che già sapeva fare: la caccia ai begli oggetti e ai mobili d’antiquariato, trasformandosi in un modernissimo arredatore d’interni.

Come osserva Massimiliano Mocchi di Coggiola, curatore del volume, “Boni ci insegna che il denaro non conta, se si possiede la grazia e si fa buon uso del proprio orgoglio”. Ciò non gli impedirà di morire pieno di debiti: ai figli non lascerà neppure i denti d’oro, ipotecati dal dentista che glieli ha impiantati. Quando si dice il mal di dandy…

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