L’amore è un mostro: l’infanticidio per Carol Topolski

"L'amore è un mostro" (partic. di copertina)

"L'amore è un mostro" (partic. di copertina)

“I modi dei Gutteridge erano troppo formali, come se non servissero a dimostrare interesse per gli altri, ma piuttosto a respingere il contatto”. Sì, perché a Brendan E Sherilyn Gutteridge non importava nulla del mondo attorno a loro, il loro mondo erano solo loro due, il loro amore, profondo, intenso, viscerale. Malato. Tanto da sentire loro figlia Samantha un ostacolo. Da eliminare.
Senza troppi sottintesi, in maniera analitica e diretta Carol Topolski in L’amore è un mostro, edito da Bompiani (pp. 350), mette in scena un infanticidio dei più terribili. E lo fa dando voce a tutti i personaggi che hanno circondato la coppia. E a Brendan e Sherilyn stessi, entrando nella loro testa. Mica per niente la britannica Topolski  è psicoterapeuta, al suo primo romanzo definito dall’Observer “più di un promettente esordio”.
La scrittura è precisa e pulita e non lascia troppo spazio a voli letterari. La struttura, che incespica un po’ sul finale, delinea pian piano il quadro anche all’origine dell’orrore.

Panorama.it ha incontrato Carol Topolski.

Carol Topolski, come nasce L’amore è un mostro?
Non ho un’idea mistica della scrittura ma in effetti L’amore è un mostro è nato da un processo alquanto strano. Stavo lavorando a un altro libro, che ora è in un cassetto, e ho sperimentato la sensazione di voler dar voce a un bambino. Ho scritto due-tre pagine e il bambino è diventato una bambina tenuta in gabbia dai genitori. E da lì si è sviluppata l’investigazione: perché è lì in gabbia? Cosa sarà di lei? Il romanzo non è nato in maniera consapevole.

Lei ha due figlie. Cosa ha provato, da madre, nel scrivere l’orrore che vive la piccola Samantha?
Non ho mai fatto del male alle mie figlie però ho voluto esplorare quella parte genitoriale che potrebbe fare del male ai bambini. I bimbi a volte fanno impazzire ma i genitori hanno delle inibizioni che portano ad aver controllo sulle emozioni e a non far loro del male. Brendan e Sherilyn non vedono Samantha come una figlia e quindi non avvertono il bisogno di proteggerla. Ho provato questa strana esperienza di mettermi nella loro testa. Come psicoanalista sono abituata a stare in posti strani. La psicoanalisi e la recensione di film - altra attività che ho svolto - richiede la capacità di stare dentro ma fuori dai fatti, o da un film. Come se ci fossero due parti nella stessa mente. Questa mia abitudine mi ha aiutata.

Brendan e Sherilyn sembrano da subito persone strane: molto educate ma fredde e distanti. E il loro passato svela traumi e infanzie difficili. Ha scelto due personaggi con tale vissuto e non “normali” perché per il lettore fosse più facile accettare la loro “mostruosità”?
Se fossero state due persone “normali” non avrebbero fatto quanto hanno fatto. Nel titolo ho scelto apposta il termine “mostro” perché è quello usato per lo più proprio da chi si considera “normale”. Però è difficile definire cosa sia normale: quello che è normale oggi non lo era ieri, tipo l’omosessualità. Volevo far capire che quanto di terribile commesso da Brendan e Sherilyn è stato possibile per quello che a loro in passato era successo. Il commento migliore dei miei lettori è che hanno “sensazioni complesse verso i due personaggi”. Di ciò sono contenta: cercando di capirli, questi due esseri acquisiscono umanità.

Perché l’uso della prima persona per quasi tutti i personaggi del libro?
Perché doveva esserci una linea diretta, perché il lettore entrasse nella mente di ognuno. Per non dargli via di fuga.

La prima parte del libro è molto realistica, a mo’ di deposizioni di testimoni. La parte finale invece, con Brendan e Sherilyn che superano i muri della prigione con la telepatia, perde il senso di realismo iniziale. Come mai questa scelta?
La fine è stata difficile per alcuni. Forse non sono riuscita a comunicare quello che volevo, e cioè che Brendan e Sherilyn sono completamente impazziti. La telepatia è una loro fantasia, non è effettiva. Nel resto del romanzo c’è qualche piccola isola di pazzia in una vita normale. Quando sono in prigione, invece, arriva la pazzia totale.

Continuerà a scrivere e a far al contempo la psicoterapeuta?
Ho finito un secondo libro, anche questo molto dark, su una ginecologa che ha seri problemi. Sto facendo ricerche per il terzo libro, che riguarda la pena di morte e la memoria. E ce ne sono altri due in mente. Ho iniziato a scrivere tardi e probabilmente sto recuperando tempo… Per il momento l’attività di psicoterapeuta invece è ferma.

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