
Orhan Pamuk in una foto d'archivio (alla Fiera del libro di Francoforte nel 2008) - Credits: Ansa
Il premio Nobel turco odiato in patria è a Milano per presentare il suo nuovo libro: Il museo dell’innocenza. Che a Istanbul sta prendendo forma realmente, anche fuori dalle pagine di carta.
Tace Ohran Pamuk su quella condanna emessa in questi giorni dalla Suprema Corte d’appello in Turchia per le sue “esternazioni” sul genocidio armeno e sui massacri di curdi perpetrati dalla sua patria.
Proprio mentre il premio Nobel della letteratura 2006 si trovava a Milano, ieri, per la presentazione del suo ultimo libro Il Museo dell’innocenza, presso il Teatro Parenti, ecco il via libera in Turchia, per tutti i cittadini che si sentissero offesi dalle sue affermazioni, di chiedere lauti risarcimenti per “lesa turchità”, secondo l’ articolo 301 del codice penale turco.
La scena è un remake di quello che si era verificato cinque mesi fa mentre Pamuk raggiungeva la Fiera del Libro di Torino, quando la Cassazione turca aveva annullato la sentenza assolutoria in primo grado per quella sua frase coraggiosa: “Noi turchi abbiamo ucciso trentamila curdi e un milione di armeni e nessuno, tranne me, osa parlarne in Turchia”. Comprensibilmente Pamuk, nella conferenza stampa al Parenti, vuole parlare solo di letteratura, del suo libro Il museo dell’innocenza e Alessandro Piperno fa correre le domande su binari letterari.
“Nel romanzo di Pamuk” afferma Piperno “scritto a ritroso, in una sorta di rewind delle memorie d’amore del protagonista Kemal, si scopre che nella vita reale la felicità non è sostenibile.” Quando siamo felici subito un senso di lieve angoscia ci pervade. Oppure non ci accorgiamo di essere felici, è l’infelicità che ci fa capire in ritardo la felicità perduta. “Se esiste una insostenibilità della felicità nella vita,” provoca Piperno “c’è tuttavia un luogo della felicità possibile: è la letteratura, dove i conti tornano sempre. Non è così?”
“Tutti noi” risponde Pamuk “abbiamo un’idea particolare di felicità, e tutti diversamente. Per un credente è la via verso Dio, per un consumatore il possesso di oggetti, per l’innamorato l’amore, per chi va a scuola, una valutazione positiva, per chi legge, la lettura. Difficile avere un canone della felicità, eppure dal punto di vista della comunicazione tutto risulta più semplice. Quando io chiedo, incontrando qualcuno: come stai? sottintendo subito: sei felice? Ecco: il protagonista del Museo dell’innocenza” prosegue Pamuk “ha un’idea media di felicità che non coincide con la sua individuale ricerca d’amore. Anche quando penso a me stesso devo dire che, fino a pochi anni fa, al quesito dostoevskijano se sia meglio essere stupidi e felici o un po’ più intelligenti e meno felici, mi rispondevo sempre con il secondo binomio. Dopo 57 anni di vita non sempre felice, oggi penso che sarebbe meglio essere un po’ più stupidi, ma felici, anche se devo confessare che non riesco sempre a metterlo in pratica”.
Un esempio recente? “Quando io e la mia compagna eravamo a Venezia pochi giorni fa, lei mi supplicava di abbandonare il tavolino dove lavoravo per godermi la bellezza di San Marco e io non abbandonavo la postazione. Ecco: forse quello era ancora un tentativo estremo di sentirmi intelligente“.
Il discorso torna inevitabilmente alla letteratura, fra Proust e Harold Bloom, Nabokov e Svevo:”Così come il refrain della Coscienza di Zeno è “dottore, voglio smettere di fumare”, quello del mio protagonista è: dottore, voglio costruire un museo del mio amore“.
È il Museo dell’innocenza che Pamuk sta davvero creando a Istanbul, dove ha fatto riprodurre tutti gli oggetti presenti nel libro: dal portacenere alle bottigliette di gazosa Meltem, dai mozziconi di sigaretta con l’impronta del rossetto, all’orecchino perduto da Fusun, amata dal protagonista: “Ho voluto fare un romanzo dove l’amore vola rasoterra, nessun sentimento sublime o messo su un piedistallo come quello di Romeo e Giulietta. Dell’amore come della vita non ci rimangono che piccole cose, i minimi oggetti della vita quotidiana che conservano ancora traccia di noi, di quello che ci è accaduto, un biglietto del treno, una fotografia, un abito con il nostro sudore”.
E i lettori come reagiscono? “Credono vero tutto ciò che è scritto nel libro. Vengono dove si sta costruendo il Museo dell’Innocenza e chiedono di vedere gli oggetti dei protagonisti. Entro l’anno prossimo sarà possibile”. Non c’è dubbio: Pamuk ha inventato il romanzo come Second Life.
- Venerdì 9 Ottobre 2009

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Commenti
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Il 9 Ottobre 2009 alle 19:51 L’innocenza fatta museo « Musei & web ha scritto:
[...] Tomasi, http://blog.panorama.it/libri/..... Venerdì 9 Ottobre [...]
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