Festa a Guangzhou per l’anno del bue - Credits: AP
La scelta è quanto meno curiosa. Che sia proprio la Cina l’ospite d’onore della 61esima Fiera del libro di Francoforte ha del paradosso. La Buchmesse è il più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti, dunque un invito alla libera circolazione dei testi e delle idee. La Cina, al contrario, e com’è noto, è il Paese tra i più criticati proprio per la mancanza di libertà d’espressione e fra i più attivi nell’esercizio della censura.
Le polemiche non potevano mancare. Tanto che alla vigilia della manifestazione Angela Merkel aveva dovuto rassicurare: “Con il vice presidente cinese Xi Jinping non mancherò di trattare il tema della censura”.
Diplomazia, certo. Ma la diplomazia non è unilaterale. Pechino ha fatto ieri il suo ingresso alla Fiera con l’obiettivo anche politico di mostrare al mondo che il Paese è in grado di fare i conti con il proprio passato, di riscriverlo in chiave critica e di salvare ciò che di buono c’è nella memoria. Insomma, di mettere insieme Rivoluzione culturale e modernità facendo pure tornare i conti. Ed è forse grazie alla loro sensibilità per la storia recente che molti dei più grandi scrittori cinesi si sono salvati dall’oscuramento di Stato.
Eccoli allora. C’è Mo Yan, considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo (chi fosse digiuno di letteratura cinese ricorderà comunque il film Addio mia concubina di cui Mo Yan ha scritto la sceneggiatura). I suoi libri sono tradotti in Italia da Einaudi, come l’ultimo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, che ricostruisce cinquant’anni di storia della Cina moderna (dai primi passi del regime del Grande Timoniere fino all’attuale capitalismo selvaggio) attraverso gli occhi degli animali (un asino, un toro, un maiale, un cane e una scimmia) in cui si reincarna un proprietario terriero ucciso all’inizio della rivoluzione.
Tra i grossi nomi c’è poi quello di Yu Hua (tradotto in Italia da vari editori come Einaudi, Feltrinelli, Hoepli, Donzelli). Il suo ultimo romanzo è Arricchirsi è glorioso (Feltrinelli), seconda parte del fortunato Brothers (per lo stesso editore), che tratteggia la storia recente del Paese attraverso le vicende di due fratelli che rappresentano le due diverse facce del capitalismo.
Anche Su Tong è un narratore che trova nel passato la sua fonte d’ispirazione. Ad esempio con la Cina rurale e perduta ne I due volti del mondo (Neri Pozza) o con il più recente Vite di donne (Einaudi) che narra le storie di quattro figure femminili vittime e carnefici nella Cina degli ultimi 50 anni.
A Francoforte è presente anche Gao Xingjian, Premio Nobel per la Letteratura nel 2000 e ora in esilio in Francia. E mentre ieri si apprestava a varcare i saloni della Buchmesse con i suoi compatrioti (trentotto le case editrici cinesi presenti con un totale di oltre 500 libri), a Pechino arrivavano incevce i nostri, di compatrioti: per la settimana di incontri tra autori cinesi e italiani di noir, organizzata dall’Istituto italiano di cultura.
Andrea Camilleri, Piero Colaprico, Giancarlo De Cataldo, Giorgio Faletti, Marcello Fois, Carlo Lucarelli e Bruno Morchio, tra gli altri, hanno portato in Cina il nostro “Neorealsmo contemporaneo”, come lo ha definito De Cataldo. “La nostra letteratura indaga sui rapporti difficli dell’individuo col potere” ha poi spiegato Lucarelli “mettendo in scena la parte nera dei meccanismi della nostra società . Vorremmo far conoscere questa realtà per riuscire a cambiarla” ha detto. Più o meno come vorrebbero fare i loro colleghi cinesi, insomma.
A quanto pare, però, combattere il male con i libri è un po’ più semplice se si vive fuori dalla Cina. A dirlo è proprio un cinese: Qui Xiaolong, scrittore che vive a San Francisco e noto anche in Italia per il suo ispettore Chen Cao di Shanghai, protagonista di quattro romanzi tradotti da Marsilio. “Il fatto che ormai mi si consideri un americano mi permette di descrivere la Cina come com’era e com’è, e di venir tradotto anche nel mio Paese” ha spiegato ieri a Pechino ai suoi colleghi italiani. A scanso di equivoci ha poi precisato: “Il mio editor cinese mi dice sempre che se fossi rimasto non avrei mai potuto dire certe cose sul passato o del presente. Del resto non avrei potuto nemmeno documetarmi come faccio negli Usa, perché in Cina, come si sa, ci sono censure e limitazioni diffuse, a partire da Internet”.
- Mercoledì 14 Ottobre 2009




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