- Tags: agricoltura, alimentazione, ambiente, saggi
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Credit foto: tm-tm, by Flickr
Quanto costa sedersi al tavolo di un fast food e mangiare un hamburger? Quasi niente, o moltissimo. Dipende da che parte si affronta la questione. Da quale latitudine, da quale punto di vista, da quale consapevolezza.
All’ambiente, questo è sicuro, costa ormai così tanto da essere uno dei temi all’ordine del giorno nell’agenda del World Summit on Food Security, il vertice mondiale sull’alimentazione presieduto dalla FAO che si terrà a Roma dal 16 al 18 novembre prossimo.
Qualche dato: ogni chilo di carne equivale a 35 metri quadrati in meno di foresta; un animale inquina suolo e acqua per 30 volte il suo peso; per un chilo di carne ce ne vogliono quindici di cereali e circa 40mila litri d’acqua (per un chilo di riso ne occorrono circa mille litri); il settore zootecnico è responsabile da solo del 18% delle emissioni di gas a effetto serra (un livello superiore al settore dei trasporti).
In concomitanza con gli incontri preparatori al summit, esce in questi giorni Diritti al cibo! (Jaka Book), un saggio che fa il punto sul “qui e ora” del complesso tema alimentare, intrecciando storia e politica, prospettive e fallimenti, aspettative e speranze.
Gli autori sono da tempo attivamente impegnati sul campo: Luca Colombo in qualità di ricercatore attivista della Fondazione Diritti Genetici, Antonio Onorati presidente della ONG Crocevia, entrambi rappresentanti alla FAO del Comitato Internazionale per la Sovranità Alimentare. Va a loro merito aver gettato un ponte concreto nella direzione di quei “produttori” che dal sistema agroalimentare globalizzato sono tradizionalmente esclusi. Il libro ospita infatti contributi di contadini, pastori, pescatori indigeni, rappresentanti delle organizzazioni rurali di svariati paesi del mondo.
Secondo il rapporto annuale FAO nel 2009 sono quasi un miliardo le persone che soffrono di insicurezza alimentare, cento milioni più dello scorso anno, su una popolazione complessiva di 6,7 miliardi. E pensare che durante il Vertice mondiale dell’Alimentazione del 1996 i leader mondiali avevano preso il solenne impegno di dimezzare in vent’anni il numero di affamati: bene, dopo gli incoraggianti progressi iniziali il numero è cresciuto del 20 per cento e oltre.
Le cause del fallimento sono imputabili a numerosi fattori ma una cosa è certa, come afferma il direttore generale della FAO Jacques Diouf: “I mezzi materiali, economici e tecnici per debellare la fame nel mondo ci sono, manca la volontà politica“. Più che l’assenza di cibo, fame e malnutrizione sono il sottoprodotto della povertà, della disparità di reddito, della mancanza di istruzione, di lavoro, di acqua potabile. I diritti umani sono cioè per loro natura “interconnessi e interdipendenti”.
Il terremoto alimentare esploso con l’impennata dei prezzi nel biennio 2007-2008 ha portato all’attenzione generale le falle di un sistema che la shock agronomy, come la chiamano gli autori, ha reso instabile ed estremamente fragile. Il fatto è che alla competizione food-feed (alimento-mangime), imputabile alla domanda crescente di proteine animali dal sud del mondo, si è aggiunto un terzo “competitor”: gli agrocarburanti, sospinti dal falso pretesto di rappresentare una transizione pulita verso un mondo senza idrocarburi.
La lunghissima catena di distribuzione alimentare, soggiogata dalle grandi multinazionali e schiacciata dalla logica stessa del mercato – produrre di più a qualunque costo – tende a emarginare i piccoli produttori privilegiando l’economia di larga scala. È questo un altro tema cruciale sul piatto del summit. Il sistema industriale alimentare è tutt’altro che efficiente. Butta via una quantità di cibo paragonabile a quella che produce, è vorace di energia (compresa quella, costosa e inquinante, per i trasporti) e richiede sussidi a man bassa dai governi. Produce tonnellate di rifiuti con gli imballaggi. Lo spreco ricade sulle spalle di tutti, e dell’ambiente sopra a tutti.
Le “buone idee”, nella seconda parte del libro, disegnano uno scenario in cui produttori e consumatori tornino a costituire un’alleanza di valori e obiettivi per uscire dal sistema, nel quadro di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e delle comunità rurali. Cercando canali di distribuzione alternativi per accorciare finalmente la filiera, riducendo lo spreco e i costi a carico della collettività. Ecco un’occasione da non perdere per restituire dignità e autorevolezza a un’istituzione come la FAO, chiamata al dialogo con le ONG e gli operatori di settore per riscrivere nuove regole più giuste, eque, pulite.
- Venerdì 23 Ottobre 2009

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