Le vite immaginarie di Antonio Delfini

Antonio Delfini in un disegno di Gianluigi Toccafondo

Antonio Delfini in un disegno di Gianluigi Toccafondo

La sua fama è forse oggi un po’ appannata. Ma Antonio Delfini (Modena 1907 – 1963) è stato uno degli intellettuali più originali del nostro Novecento.

È stato scrittore, poeta e giornalista. È stato amico di Pannunzio, Montale, Gadda, Landolfi. È stato apprezzato da Cesare Garboli, Natalia Ginzburg e Pier Paolo Pasolini.
La sua memoria e i suoi luoghi tornano ora nello spettacolo teatrale Io parlo ai perduti - Le vite immaginarie di Antonio Delfini, che segna anche il debutto drammaturgico di Roberto Barbolini. Sarà in scena a Modena (con la regia di Claudio Longhi) dal 10 al 22 novembre, al Teatro delle Passioni (Via Carlo Sigonio 382). A Roberto Barbolini - che a Delfini si è interessato sin dagli anni della giovinezza, prima come lettore, poi da critico - ne abbiamo chiesto un breve ritratto.


Io parlo ai perduti - Le vite immaginarie di Antonio Delfini nasce da una mia ossessione. Verso la metà degli anni Settanta, la narrativa sembrava lettera morta: impazzava la saggistica politica, il Sessantotto aveva mandato al potere tutto tranne l’immaginazione. Quanto a lungo doveva sentirsi in colpa un ragazzo cresciuto in una “piccola città, bastardo posto”, se amava più la letteratura che la rivoluzione? La mia passione per Antonio Delfini nacque così: una specie di vizio clandestino di cui un po’ mi vergognavo. All’epoca, di Delfini non parlava più nessuno; la smagliante prefazione di Cesare Garboli ai Diari era di là da venire. Mi sentivo quasi un carbonaro ad assaporare le pagine del Ricordo della Basca, con quella introduzione scritta vent’anni dopo, intitolata Il Ricordo del Ricordo, che è una delle più straordinarie vanvere narrative del nostro Novecento. Nei racconti migliori della Rosina perduta, nei sarcasmi satirici di Misa Bovetti e altre cronache, nei furori iconoclasti e disperati delle Poesie della fine del mondo, andavo scoprendo uno scrittore diverso da tutti gli altri, eccentrico sia rispetto all’avanguardia, sia rispetto alla tradizione. Ecco poi la filologia fantastica del pamphlet Modena 1831, città della Chartreuse dove, per vendetta d’un amore non corrisposto verso una ragazza di Parma, Delfini rivendica la categoriale modenesità di luoghi e personaggi della Certosa stendhaliana. E, ancora, quel bizzarro Manifesto per un partito conservatore e comunista, un’allucinazione profetica dell’Italia federalista, che sembra partorito dal mix fra un Duca di Modena aristocraticamente marxista e un improbabile antenato della Lega. Impossibile? Ma Delfini è un caso a sé. La sua inappartenenza a qualsiasi tradizione, l’osservava già Pier Paolo Pasolini, l’ha scontata con una delle vite più assurde che si possano immaginare. Per questo in lui lo scrittore e il personaggio, il clownesco mimo di se stesso, coesistono inestricabilmente. Ed era destino che, prima poi, dovessero incontrarsi in palcoscenico.
(Di Roberto Barbolini)


Su Antonio Delfini:

Un video del 1963 con un’intervista, e la pagina a lui dedicata su Wikipedia.

Su Roberto Barbolini:

“Più bestie si vedono”; “Sade in drogheria”

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