Ildefonso Falcones torna con “La mano di Fatima”. Ma non parlate di politicamente corretto

"La mano di Fatima", di Ildefonso Falcones (Longanesi) - Particolare della copertina

"La mano di Fatima", di Ildefonso Falcones (Longanesi) - Particolare della copertina

Spagna, 1568. L’Alpujerra è una porzione di terra che racchiude le province di Granada e di Almeria. È popolata da una folta colonia di musulmani, da tempo costretti alla conversione dalla Corona degli Asburgo. I moriscos – questo, il loro nome – sono un popolo “fiero”, “rigido”, legato alla propria identità e, quindi, ad Allah.

È ancora lontano il periodo che li vedrà costretti a trasferirsi nell’altra sponda dello Stretto di Gibilterra. Per ora, sono pronti a dare battaglia contro i cristiani e a evitare così una sottomissione sempre più invasiva e radicale. È in questo torno di anni decisivo per i destini del Vecchio Continente che Ildefonso Falcones, ormai considerato l’astro nascente della fiction spagnola, ha deciso di ambientare il suo secondo romanzo.

Come il suo debutto letterario (La cattedrale del mare, quattro milioni di copie vendute nel mondo), anche La mano di Fatima, in uscita il 12 novembre per Longanesi, non abbandona il cotè storico.
Perno della storia è l’amore (impossibile?) tra due giovanissimi figli del “peccato”. Lui si chiama Hernando, ma è noto come il “Nazareno”. Come presto si scoprirà, è il “frutto di un oltraggio”: una terribile violenza sessuale perpetrata da un prete cristiano ai danni della madre, quando era “ancora una bambina”.

Per Hernando, l’ossessione di quell’onta sociale si tradurrà in un riscatto che coinciderà con le gesta eroiche compiute durante gli scontri contro i cattolici. E saranno proprio alcune battaglie campali dove uomini (e donne) disperati si danno la caccia, facendosi scudo di ogni espediente pur di averla vinta, a fargli conoscere Fatima.

A questo punto il copione del solito feuilleton reciterebbe di un amore frenato da mille traversie e coronato da un epilogo felice. Un canovaccio, questo, troppo scontato per Falcones, che attorno a questa storia ricama invece con la solita perizia narrativa un’intera epoca senza mai annoiare il lettore, ma evitando quasi sempre una rappresentazione semplicistica dei suoi personaggi.

Descrivere dunque La mano di Fatima come “un episodio storico cruciale che stimola riflessione sull’intolleranza e il fanatismo di cristiani e musulmani”, come ha fatto El Paìs, sarebbe allora riduttivo e soprattutto fuorviante.

L’ultimo romanzo di Falcones non può infatti essere derubricato alla solita voce del “politicamente corretto”. È piuttosto una storia epica, che non ha pretese assertive e definitrici. Le oltre novecento pagine dell’ultimo libro dello scrittore spagnolo senza mai scadere nella fiction di genere, che pure spopola di questi tempi. E il suo maggior pregio sta proprio in questo. Affidargli un messaggio universale significherebbe al contrario aggravare di inutili sovrastrutture una storia che invece ha solo voglia di essere letta. Con buona pace dell’anonimo estensore di El Pais e di una critica che sembra ormai essersi dimenticata del piacere della lettura fine a sè stesso.

Commenti

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Il 11 Febbraio 2011 alle 18:16 sabatino48 ha scritto:

La lettura del libro mi ha rapito. Dovrebbero leggere questo libro quanti ancora oggi si nutrono di intolleranza religiosa, politica, razziale e simili amenità per toccare con mano quali crudeltà ed orrori possano essere commesse dagli uomini in nome di di questa stessa intolleranza. Io Cristiano ho sposato una Mussulmana. Le tre religioni monoteiste credono lo stesso Dio, pnel nome del quale dovremmo essere fratelli, invece siamo avversari quando non nemici . La comune conoscenza di Abele e Caino non ci convince ancora di essere Abele, soprattutto perdonando Caino.

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