Nella foto: religiosi induisti niu pressi del Gange a Varanasi, in India - Credits: Ansa/HARISH TYAGI
Venezia e Varanasi sono due città-icone. Unite dalle iniziali del nome e insidiate dall’acqua nella quale si specchiano, fonte inesauribile di simboli nonché di vita, ricchezza, spiritualità, morte. Approdate a fatica nel terzo millennio, sopravvivono a un’immagine-cartolina che ne banalizza i contorni, celandone la millenaria essenza. Tutta vanità, eterno carnevale, “patrimonio dell’umanità” l’una. Tutta spiritualità, santoni e ghat crematori l’altra. Forse c’era un solo scrittore tanto coraggioso e anticonformista da ambientarvi una storia: l’inglese Jeoff Dyer, che con Amore a Venezia, morte a Varanasi (Einaudi) torna al romanzo dopo undici anni.
Un libro di Geoff Dyer è sempre una sorpresa. L’autore di Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz, bestseller del 1991, ha abituato critici e fan al suo zigzagare fra i generi e le fonti di ispirazione – musica, fotografia, biografia e autobiografia, fiction, critica letteraria, libri di viaggio. Il luogo comune non lo spaventa, anzi in qualche modo lo attrae.
Davvero Venezia è un simulacro di se stessa? Di lei è stato già detto tutto quanto si poteva dire, compresa quest’ultima affermazione? Sì, forse, eppure “ogni giorno, da centinaia d’anni, Venezia si svegliava fingendo di essere una città vera anche se lo sapevano tutti che esisteva solo per i turisti. La differenza, la novità di Venezia era che anche gondolieri, fruttivendoli e panettieri erano turisti che si gustavano una pausa cittadina protratta all’infinito.”
Dyer corteggia lo stereotipo, lo sfiora da vicino, lo svuota, lo uccide. Invece di costruire una storia con un capo e una coda lascia libero corso alla sua formidabile anarchia intellettuale e al suo fedele compagno, lo humour raffinato. Gioca con il puzzle di infiniti istanti che danno senso alla vita, colti ora col grandangolo ora con il macro. Leggere Dyer è come farsi un nuovo amico – ha detto acutamente un critico inglese – stupido come te ma molto più intelligente.
A partire dalla struttura, Amore a Venezia, morte a Varanasi è un romanzo davvero sui generis. Innanzitutto è un dittico, due romanzi giustapposti. Nulla li lega a prima vista, anche se districando il groviglio di simboli si capisce che sono forse necessari l’uno all’altro. Emblematico è il nome del protagonista attorno al quale tutto ruota: Jeff (casuale l’assonanza con Geoff?) Atman. Atman come il vero sé, il sé universale della filosofia indù. Ma nella sua radice sono contenuti anche T. Mann, cui Dyer deve il plot delle quinte veneziane e con cui si confronta come in un dialogo a distanza, e come artman, l’artista, il flaneur alla costante ricerca di piaceri estemporanei per riempire il vuoto esistenziale.
Amore a Venezia è una divertente discesa nel baratro dell’immoralità, incarnata dalla sordida e molle città della laguna al tempo della Biennale, dove il giornalista Atman è invitato per lavoro. Sotto l’egida di un’insana Trimurti (sex, drugs & arte contemporanea) Jeff consuma nel giro di una settimana una passione molto carnale per una bella ragazza americana, fra calli vaporetti festini installazioni e profittatori del grande circo della Biennale. Un mondo di apparenze dalla banalità rassicurante. D’altra parte “la banalità non ci sconcerta affatto. Abbiamo finito con l’aspettarcela. È rassicurante, un marchio di qualità.”
Lo scenario di Varanasi nella seconda parte apre un’altra porta nelle infinite possibilità della vita. Atman accetta il solito incarico di lavoro. Ma una volta sul posto viene soggiogato dalla millenaria Kashi, la città dedicata al dio Siva dove tutto fluttua tra follia e rivelazione. “Varanasi rendeva insensato andare ovunque. Tutto il tempo era lì, e forse anche tutto lo spazio. La città era un mandala, un cosmogramma. Conteneva tutti i cosmi.”
Il tempo comincia ad apparire come una ruota e cessa di andare veloce (qui “ogni mattina è l’alba dei tempi”), il ridicolo cessa di essere ridicolo (Jeff si veste con un dhoti, la stoffa degli uomini indiani, e sul principio prova vergogna per le sue gambe magre; poi ripensa a un individuo che portava a spasso per strada i propri coglioni deformi su un carretto…), lo spettacolo della morte cessa di essere più interessante della morte stessa.
Chi almeno una volta ha avuto la fortuna di scendere i gradini dei ghat sul Gange troverà qui – con commozione – squarci illuminanti che erano già pensiero in attesa di essere formulato. Dyer se ne prende carico, usando l’ironia come cifra indispensabile per rendere credibile il suo antieroe decadente e postmoderno. Il quale non diventerà mai asceta ma, suo malgrado e senza averlo proprio desiderato, dismetterà la corazza dell’io desiderante.
- Martedì 10 Novembre 2009

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