
"Mondializzazione e decrescita" (edizioni Dedalo), di Serge Latouche - Particolare della copertina
Secondo un indicatore non legato al PIL o al reddito ma basato sulla percezione delle persone, alcuni paesi africani hanno una percezione di felicità maggiore rispetto a un paese scandinavo. Può sorprendere. In realtà da tempo indicatori alternativi come il QUARS della rete Sbilanciamoci, che misura per l’Italia l’indice di qualità dello sviluppo regionale, hanno scardinato l’equazione sviluppo=crescita economica.
Per la “misura” del benessere di un territorio e delle persone, oltre al reddito vanno presi in considerazione altri fattori quali la vivibilità ambientale, la qualità dei rapporti, la coesione sociale: è la conclusione cui sono giunti anche i premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, chiamati nel 2008 dal presidente francese Sarkozy con l’economista Jean-Paul Fitoussi a curare un rapporto proprio sulle misure di performance economica e progresso sociale.
La crisi economica ha messo in luce le contraddizioni della “finanziarizzazione” della società , riassumibili nel seguente paradosso: in un paese del sud del mondo il contadino di un villaggio con il suo lavoro nei campi riesce a mantenere la famiglia, e nel contempo un soddisfacente grado di integrazione sociale con i membri del suo clan; diviene poi commerciante puntando a migliorare il suo status, si reca in città ed entra nella rete degli scambi in denaro, viene pagato (una miseria) e vive individualmente. La sua famiglia ora patisce la fame ma il PIL figura aumentato.
A partire da questi temi il francese Serge Latouche – studioso di antropologia economica e uno dei principali critici dell’occidentalizzazione, divenuto noto in Italia per la teoria della Decrescita – individua l’”alternativa africana” in Mondializzazione e decrescita (edizioni Dedalo).
Il libro contiene una serie di brevi saggi, scritti in diverse occasioni, il cui filo conduttore è l’analisi del modo in cui nell’Africa subsahariana viene vissuto e praticato lo scambio, all’interno di un sistema in cui il denaro è ancora un mezzo e non un fine.
I “naufraghi dello sviluppo” sopravvivono in una notevole precarietà ma potendo contare sulla millenaria coesione dei legami sociali. Mentre il PIL dell’Africa subsahariana rappresenta meno del 2% del totale mondiale, c’è un’altra Africa basata sull’economia dell’arrangiarsi, capace di sopravvivere per mezzo di strategie relazionali fondate sullo spirito del dono e su democrazie consociative come quella delle palabre, l’assemblea a cui partecipano tutti i membri della comunità in cui si discutono tutte le questioni che riguardano la comunità stessa.
In un’epoca in cui i traumatici effetti della crisi economica e climatica stimolano in Occidente una spinta alla sobrietà – concetto chiave nel pensiero di Latouche – l’Africa può costituire un esempio innovativo in campo sociale. La scommessa è restituire dignità al mercato come luogo creativo di scambio fra i suoi attori, opponendosi alla distruzione del legame sociale provocata dalla mondializzazione. Un’utopia? Forse, ma torno a riflettere sul fatto che l’HPI o Happy Planet Index (Indice di felicità umana) è maggiore in paesi che l’Occidente considera premoderni.
Nell’idea di mite commercio, coniata da Montesquieu un paio di secoli fa nel suo Lo spirito delle leggi, è felicemente riassunta un’etica dello scambio a cui guardare per rifondare le regole del mercato. Il filosofo illuminista aveva intravisto la trappola di un mondo in cui “le più piccole cose, persino quelle che lo spirito di umanità richiede, si compiono o si danno a pagamento”.
- Lunedì 16 Novembre 2009

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