Leonardo Sciascia nelle pagine di Camilleri e Collura

Leonardo Sciascia - Foto: Ansa

Leonardo Sciascia - Foto: Ansa

Paul – Louis Courier, “vignaiuolo della Turenna e membro della legion d’onore” era uno scrittore che “sapeva dare colpi di penna che erano colpi di spada”. La frase è di Leonardo Sciascia, si trova nelle Parrocchie di Regalpetra e porta la data 1956. Più che una descrizione, quella del grande narratore siciliano sembra un’auto-definizione.

Fa dunque un certo effetto rileggerla a distanza di mezzo secolo nella nuova edizione dell’Alfabeto Sciascia, da poco pubblicato da Longanesi, che il suo più noto biografo, Matteo Collura, ha dedicato all’autore del Giorno della civetta in occasione del ventennale della morte.

Sciascia moriva a Palermo il 20 novembre del 1989, e un ventennio è certamente una distanza che permette un primo bilancio sulla sua eredità, iniziando magari proprio dalla sua scrittura. Limpido, conciso, vigoroso, il suo stile è stato celebrato quale uno dei suoi più “enigmatici e intriganti patrimoni”. Non è però il solo, e probabilmente non è neppure il più significativo. La tensione linguistica – tutta calibrata sull’asciuttezza, l’intelligenza narrativa e la più rigorosa indispensabilità narrativa - è certamente la chiave grazie alla quale la produzione dello scrittore siciliano è stata conosciuta dal grande pubblico.

Eppure, la sua poetica civile non può essere semplicemente ridotta a un dato stilistico o di maniera. L’attività di Sciascia scrittore, ma anche quella di intellettuale ed editore (impensabile dimenticare il decisivo contributo che diede per la nascita e l’affermazione della casa editrice Sellerio), infatti, nasce innanzitutto da una radicale polemica nei confronti del potere e delle sue mille ingiustizie, analizzate – come ha fatto notare lo stesso Collura – con una sorta di “nevrosi da ragione, di una ragione che cammina sull’orlo della non ragione”.

Lasciamo allora allo stesso narratore siciliano una spiegazione più analitica, in una pagina da poco ripubblicata nel numero monografico della rivista Panta, sempre a cura di Collura, che raccoglie interventi inediti e un florilegio delle più belle pagine critiche sullo scrittore: “credo che, se sono diventato un certo tipo di scrittore, lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità al fascismo continua a essere assai forte, lo riconosco ovunque e in ogni luogo, persino quando riveste i panni dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una gran voglia di combattere, e di impegnarmi di più, di essere sempre più deciso e intransigente, di mantenere un atteggiamento sempre polemico nei riguardi di qualsiasi potere”.

Uno Sciascia, questo, a diciotto carati: la sua idea di letteratura – e insieme la genesi di tutti i suoi libri – si spiegano infatti solo partendo da qui. E si spiega solo così anche la sua sofferta partecipazione politica, vissuta in prima persona da due punti di vista radicalmente diversi, eppure compatibilissimi nella Sicilia del dopoguerra. Come ricorda Andrea Camilleri nell’ultimo suo saggio pubblicato da Bompiani (Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia), “il primo impegno diretto avviene nel 1975, quando accetta, sia pure con molte riserve, l’invito di Achille Occhetto, a presentarsi in occasione delle elezioni comunali di Palermo, come indipendente nelle liste di quel partito”.

Sciascia non è mai stato iscritto al Pci, eppure sembra persuaso della convinzione di un suo maestro, Vitaliano Brancati, secondo cui “in Sicilia, per essere veramente liberali, bisogna almeno essere comunisti”. Quella prima esperienza si concluderà amaramente. Lo scrittore si dimetterà l’anno dopo essere eletto, motivando così la sua scelta: “mi sono occorsi diciotto mesi per capire che il PCI non era disposto a ricoprire quel ruolo d’opposizione che era il suo consiglio comunale….Il fatto è che non si poteva ingaggiar battaglia a Palermo e continuare il compromesso a Roma”. Gli anni delle convergenze parallele sono infatti iniziati da almeno un lustro, e con esse l’avvicinamento tra la Dc e il Pci che, di lì a breve, porteranno a varare il primo governo con l’appoggio dei comunisti.

È forse anche questo che spinge Sciascia ad accettare tre anni dopo la candidatura al parlamento nazionale, ancora da indipendente, ma stavolta con le liste dei radicali. Quella di deputato, si rivelerà un’altra esperienza amara, e tuttavia illuminante per comprendere la natura dell’uomo e della sua opera. Lo scrittore parteciperà attivamente alle sedute della commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, cui aveva già dedicato uno dei suoi più lucidi e ultimativi libri, Laffaire Moro. E i suoi interventi alla Camera resteranno alla storia come i più brevi e caustici della storia parlamentare repubblicana.

Sciascia concluderà la sua esperienza in Transatlantico nel 1983.  Sei anni dopo, poco prima della sua morte, nella sua lettera-testamento scriverà: “raccomando ai miei familiari e amici di non perder tempo a difendere la mia memoria, a correggere giudizi o interpretazioni che riguardano la mia vita e i miei scritti per quanto ingiusti o di malafede possano essere. Ho vissuto semplicemente, senza ambizioni o vanità, senza perseguire alcun vantaggio personale: chi non ha voluto accorgersene, chi si è sentito ferito dalle cose vere che ho detto e ha fanaticamente reagito, non sarà mai in grado di ravvedersene. Ma alla distanza, i miei allarmi, le mie constatazioni e contestazioni, suoneranno sempre più di verità. Di questa piccola immortalità - nel senso che andrà, anche se di poco, al di là della mia morte - sono certo”. Aveva ragione.

Commenti

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Il 21 Novembre 2009 alle 20:59 pietroancona ha scritto:

PM
Subject: leonardo sciascia

Vengono compiuti vari tentativi di annessione della memoria di Leonardo
Sciascia. I cattolici, con un articolo pubblicato dall’Avvenire di oggi, a firma di Vincenzo Arnone,
descrivono Sciascia alla ricerca di una fede che in effetti non ebbe mai tranne che nella Ragione; i radicali lo ricordano come membro del loro gruppo parlamentare dove lo vollero nella Commissione Moro e come uomo di punta in tante battaglie per “una giustizia giusta”. In effetti Sciascia trovava congeniale i radicali nei tanti versanti dei diritti civili negati o calpestati, ma sono convinto che se ne sarebbe allontanato come a suo tempo si allontanò dal PCI. Il suo sentimento di giustizia era troppo profondo perchè continuasse un sodalizio con Pannella ed il suo Partito accettandone tutte le politiche. Non credo che avrebbe condiviso la posizione dei radicali per la spartizione della Jugoslavia e di acritico appoggio agli israeliani nella loro opera genocida del popolo palestinese nè credo che condividesse il liberismo radicale per cui i contratti di lavoro debbono essere individuali e trattati soltanto tra datore di lavoro e lavoratore. Si era allontanato dal PCI non condividendone la somiglianza di comportamenti della DC. Il compromesso storico, la teoria che con il 51% non si possa e non si debba governare, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua cultura ed intelligenza razionalista che rifiutava collaborazionismi che diventerebbero cappe di piombo e prigioni per
la società civile. I suoi libri sono popolati da figure di monaci e di preti ma la fede nel cattolicesimo non c’entra per niente. Quando scrive di Monsignor Ficarra “Dalla parte degli infedeli”parla di un Vescovo originario di Canicattì e poi a Patti che nonostante il divieto di Pio XII e le ingiunzioni mafiose del Cardinale Ruffini sposava in chiesa i comunisti e non faceva da spalla alla DC nella sua diocesi. La figura dell’Abate Vella viene disegnata come quella di un leggendario falsario che si era improvvisato conoscitore della lingua araba fino al punto di inventarsi un testo per fare saltare in aria i privilegi feudali o frate Diego La Mattina che uccide l’Inquisitore che lo tiene prigioniero e pretende
la confessione della sua eresia. Tutti i personaggi religiosi di Sciascia non c’entrano niente con la Fede
e tutta la sua opera ne è assai distante. In Todo Modo lo sfondo è l’Istituzione Religiosa dove si consumano i delitti dei tre giorni di esercizi spirituali tra politici, banchieri, industriali. Istituzione come ricettacolo e sede del Potere e della sua malvagia logica di morte.
Venti anni dopo la sua morte, la realtà ha travalicato di molto la sua visione pessimistica.
La democrazia si è mostrificata e l’Italia è diventata un paese di gran lunga più incivile e malvagio di quanto non fosse durante la vita di Sciascia. Morì poco dopo il crollo del muro di Berlino
che avrebbe salutato come fatto di liberazione e di libertà ma che, se fosse vissuto fino ai nostri giorni,avrebbe analizzato anche come il via libera ad una nuova fase di sfruttamento e di crudeltà sociali del capitalismo. In Italia stanno diventando famigerate le prigioni dove i detenuti vengono picchiati e molti di loro si uccidono. Ad oggi sono 65 dal primo gennaio di quest’anno. L’Italia si è dato leggi razziste che differenziano le pene a seconda del colore della pelle. Abbiamo un ministro
che incita ad essere “cattivi” verso gli immigrati ed i poveri. I senza casa vengono schedati dalla polizia. I rom vengono allontanati dalle ruspe e dagli incendi dei loro miseri accampamenti. I giovani italiani, a milioni, vengono sfruttati con i mille sotterfugi della legge Biagi. Il Parlamento serve soltanto per votare, senza discutere, i decreti predisposti dal Padrone dello Stato che pretende per se di stare al disopra della Legge come gli antichi Faraoni. I deputati ed i senatori sono diventati Oligarchi con privilegi scandalosi.
Venti anni dopo la sua morte tutto è degenerato e la società italiana è in avanzato stato di decomposizione. Si è realizzata nel peggiore dei modi la società asociale della signora Tatcher.
Stamane, ho visto vicino casa mia una anziana signora frugare in un cassonetto di immondezze per prendervi un vecchio e moscio broccolo buttatovi dal fruttivendolo. Una signora vestita con decenza munita di un borsone con carrello con il quale (presumo) si fa il giro dei cassonetti della città.
I mostri nascosti alla vista nel mistero del Potere al quale il nostro grande scrittore si è accostato tante volte
sono in parte usciti allo scoperto. Al suo laico civilissimo ragionare oppongono la rozzezza brutale del “me ne frego” fascista. L’Italia di oggi è distantissima dalla civiltà della Ragione di cui Leonardo Sciascia era esponente. La Mafia è al potere.

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro......gspot.com/
http://www.spazioamico.it

Il 24 Novembre 2009 alle 15:05 DestraLab » Antimafia delle chiacchiere e antimafia dei fatti ha scritto:

[...] Qui la lettura che gli ha dedicato il Magazine finiano. A parlare e ricordare Sciascia è stato chiamato Andrea Camilleri, autore del saggio pubblicato da Bompiani (Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia). Qui Leonardo Sciascia nelle pagine di Camilleri e Collura. [...]

Il 23 Febbraio 2010 alle 09:34 L’ombra del lupo di Vito Catalano, un giallo sulle tracce di nonno Sciascia - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] e forse non sarebbe neanche necessario alludere allo straordinario patrimonio letterario che, a vent’anni dalla sua scomparsa, lo scrittore di Racalmuto ci ha [...]

Il 23 Giugno 2010 alle 07:44 Gli occhi di Caino di Riccardo Ferrazzi - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] essere Leonardo Sciascia o Friedrich Durrenmatt, altrimenti le cose non ti vanno bene in partenza. Conviene chiarirlo [...]

Il 1 Luglio 2010 alle 08:16 Il fascismo, la Sicilia e Marta Abba: a fine agosto arriva un Pirandello inedito in libreria - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] Dopo aver scritto la più bella biografia di Leonardo Sciascia (Il Maestro di Regalpetra) e diversi altri libri dedicati alla cultura isolana, Matteo Collura torna a fare i conti con la letteratura siciliana. [...]

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