La vita di Emil Zátopek, in effetti, si presterebbe a una narrazione epica. E francamente, non avendo mai letto prima d’ora Jean Echenoz, un po’ di epica me la aspettavo in questo Correre (Adelphi), il romanzo sul mezzofondista e maratoneta moravo, conosciuto anche come la “locomotiva ceca”.
Perché sembra lontanissimo: tutto nel passato di questo sport meraviglioso, oggi dominato, con una leggerezza che fa quasi rabbia, dagli africani, che corrono quasi senza mostrare la fatica.
Zátopek invece, che frantumò ogni record tra la fine degli anni ‘40 e la prima metà degli anni ‘50, aveva una corsa così sgraziata, sopra una faccia così piena di smorfie impossibili che stavan lì apposta per sottolineare quanta fatica ci fosse in quel suo incedere a strappi e cambi di velocità.
Erano ancora tempi, quelli, in cui i maratoneti arrivavano spesso barcollando e sbandando al traguardo, compiendo imprese che parevano quasi impossibili e appunto, “epiche”.
(Ci starebbe qui una digressione su come oggi Gebresellasie corra una maratona a meno di tre minuti al km e sulle condizioni in cui si trova quando taglia il traguardo; o, addirittura, su come le grandi maratone popolate dagli amatori abbiano dimostrato che quasi chiunque, basta che sopporti il lungo allenamento, sia in grado di arrivare alla fine dei 42,195 in condizioni più o meno decenti: ovviamente in molti si arriva al traguardo un’ora e trequarti dopo Gebre: ma si arriva e senza soffrire troppo).
Emil Zátopek vinse tre medaglie d’oro alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952 (5.000 metri, 10 mila e Maratona) dopo quella su 10 mila (e l’argento sui 5.000) ai Giochi di Londra quattro anni prima.
Era un fenomeno. Aveva un cuore e polmoni pazzeschi, inventò metodi di allenamento con ripetute veloci che lo facevano svenire alla fine delle sedute ma che gli diedero una capacità di cambiare continuamente ritmo che gli altri atleti nemmeno sognavano. Si allenava sulle piste in cenere dei centri sportivi dei paesi comunisti: nella frenesia industrialista che sporcava l’aria di carbone provava a battere ogni tipo di record, dai 5000 in sù, una specie di Stakanov della corsa: non a caso celebrato e usato dalle autorità comuniste come strumento di propaganda per dimostrare la superiorità del sistema delle Democrazie popolari.
Ecco, il materiale si prestava a un romanzo con accenti eroici e cadute drammatiche: scoprì, per esempio, la sua vocazione di fondista durante l’occupazione nazista e poi, mentre vinceva tutto, nel suo paese si compivano colpi di stato comunisti che trascinarano la Cecoslovacchia nell’orbita sovietica, si celebravano i processi farsa staliniani e lui continuava a correre, avvolto nella paura che tutto il paese provava.
Invece Echenoz ci narra tutto con leggerezza, con uno stile quasi da racconto orale, senza dialoghi, senza climax, con “momenti di fretta” in cui il narratore preferisce tagliare corto o mostra di aver capito che il tempo che ha a disposizione per il suo racconto non è molto e che quindi è opportuno arrivare presto alla prossima (piccola) svolta:
Non so voi, ma personalmente di tutte queste imprese, e record, e vittorie, e trofei, comincio un po’ a non poterne più. Il che cade a proposito perché, proprio adesso, Emil sta per mettersi a perdere. (pag. 110)
Oppure, quando ci racconta della donna di cui Emil si innamora:
Devo dire che non è niente male, proprio carina, alta e sottile, capelli castani corti, sguardo grigio chiaro, bel sorriso energico e dolce, e per di più lacia il giavellotto.
Sì, insomma, la vita di Zátopek nelle pagine di Echenoz si insinua, vittoria dopo vittoria, e all’assenza di stupore del narratore corrispondono le domande del lettore sulla consapevolezza di Zátopek. Non tanto dell’essere diventato imbattibile, una star fenomenale del fondo, quanto per esempio di quel che gli accadeva intorno, quando l’esercito tedesco occupava il suo paese o quando era difficile non capire di essere stato arruolato dal regime stalinista cecoslovacco (tra l’altro era anche un militare). Emil, ricorda Echenoz in uno dei passaggi più intensi del libro, negli anni più bui della paura e delle delazioni conservava in casa un ritratto di Stalin e uno del Presidente ceco Gottwald, ed era osservato da vicino dalla polizia segreta.
Poi però arriva Dubček e la Primavera di Praga e poi l’invasione sovietica e degli altri paesi “fratelli”.
E qui la vita di Emil, che nel frattempo ha lasciato le corse, ha una svolta secca, drammatica: anche questa raccontata con leggerezza quasi ironica dal narratore di Echenoz.
Comunque, dire che Echenoz ha uno stile minimale non è come dire dire che non graffi con emozioni: per esempio quando la “locomotiva”, ormai ritirato dalle competizioni eppure ancora una specie di eroe nazionale per il popolo, trova improvvisamente la forza di alzare la voce e tuonare nelle strade di Praga contro gli invasori sovietici che stavano affossando la Primavera di Dubček. Oppure quando, dopo le epurazioni seguite alla normalizzazione, si trova a fare lo spazzino e i cittadini della capitale, quando passa per le vie, lo acclamano dalle finestre e i colleghi portano la spazzatura al suo posto e lui:
si limita a correre a brevi falcate dietro il camion, mentre tutti lo incitano come una volta.
Non importa se poi, Echenoz concluda il suo libro ricordando che Emil, messo alle strette, firmò un “documento di autocritica” davanti alle autorità comuniste, ammise di aver sbagliato. In fondo anche questo ci serve per ricordare che era solo un uomo normale ch ecorreva molto molto forte.
(Ecco, a proposito di ironia: mi piace immaginare che un libro su Zátopek lo scriva presto Milan Kundera.)
- Lunedì 23 Novembre 2009


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