Quante volte nel corso di una giornata siamo chiamati a compiere una scelta? Tante, troppe. Dalle opzioni siamo bombardati assediati, minacciati. Indotti continuamente all’errore dall’impulso, dalla fretta, dalla necessità di sbarazzarci dagli stimoli. Sbagliamo nella scelta dell’anima gemella e del volo low cost, del piano pensionistico e del colore dei calzini da indossare la mattina. Sbagliamo nelle nostre condotte di vita (pur sapendo di farci del male), sbagliamo a digitare yes or no sulla tastiera e, ancora più prosaicamente, a centrare il buco dell’orinatoio.
Quando però, come nell’aeroporto di Amsterdam, è stato messo un adesivo con una mosca nelle tazze delle toilettes maschili, la quantità di errori di mira è calata drasticamente. Un esempio banale ma paradigmatico: a volte la nostra fallacia è correggibile con una spinta lieve, un aiutino, un pungolo o nudge, come l’hanno chiamato gli americani Richard Thaler e Cass Sunstein nel loro bestseller, Nudge - La spinta gentile, pubblicato in Italia da Feltrinelli.
Ribattezzata “paternalismo libertario”, la filosofia dei due studiosi (di scienza comportamentale Thaler, di diritto Sunstein) ha convinto niente meno che Obama, che ne ha fatto un punto forte della campagna elettorale e si è addirittura portato Sunstein alla Casa Bianca come supervisore dei processi di riforma, specie su temi caldi come energia e ambiente.
Come ciascuno può constatare nella vita di ogni giorno, dicono gli autori, le regole ci sono sempre, è impossibile sottrarvisi. Un politico, un’organizzazione, un agente, un programma prendono decisioni che orienteranno il comportamento altrui. E quando le regole sembrano invisibili è perché appaiono così ovvie e ragionevoli da non sembrare affatto regole. Così le preferite dalla maggioranza sembrano in molti contesti le opzioni di default. Non è facile ammetterlo ma, oberati dalla quantità di scelte, tendiamo a premiare chi ci propone una soluzione predeterminata, una scorciatoia, anche quando essa non è affatto trasparente. La crisi finanziaria del 2008 non si è prodotta in parte proprio perché molti soggetti non hanno compreso a fondo la natura dei contratti che avevano stipulato? La loro ignoranza in quel caso è stata drammaticamente sfruttata.
Ecco l’importanza di una buona architettura delle scelte. Se in molti campi – dall’assicurazione alla sanità, dall’amministrazione alla tutela dell’ambiente – obblighi e divieti fossero sostituiti da incentivi. Se trasparenza, semplificazione e divulgazione fossero le bussole da seguire per gli “architetti delle scelte”, forse si potrebbero prendere decisioni più sagge senza che venga limitata la libertà di scelta individuale.
Il capitolo dedicato alla questione ambientale individua i pungoli legislativi utili a convertire la coscienza ecologica in azioni utili alla causa. Uno di questi sistemi è stato inventato e messo in atto con esiti incerti al di qua dell’oceano, il cap-and-trade (chi inquina ha diritto di farlo in una certa quantità – i cosiddetti permessi di omissione – dietro pagamento; i diritti vengono poi scambiati, o negoziati, sul mercato). In realtà gli ambientalisti preferirebbero un modello più intransigente che prevede di imporre una tassa sulle emissioni di gas serra. Pagheremmo in questo caso l’energia proveniente da fonti fossili come il petrolio o la benzina un prezzo ben più salato dell’attuale, dovendo aggiungere un’imposta calcolata sul tasso di inquinamento ambientale.
Più convincente mi sembra la teoria di Thaler e Sunstein laddove spiega come promuovere e sviluppare una “cultura del dare” e un’etica sociale, semplicemente creando le condizioni in cui sia più facile – o addirittura “di default” – fare la cosa giusta. Incrementare donazioni e beneficenza, incentivare comportamenti socialmente virtuosi come il riciclo, il riutilizzo e la riduzione dei consumi, migliorare le pratiche di alimentazione (perché i cibi più sani sono i meno visibili nei supermercati?). L’efficacia della volontà, in noi esseri umani, è in discussione fin dai tempi di Euripide e della sua Medea. La quale, pur vedendo e approvando il meglio, “va dietro al peggio”.
Particolarmente azzeccati i nudges basati sulla trasparenza e la divulgazione: se ad esempio trovassimo la maniera di rendere visibile, giorno dopo giorno, il consumo quotidiano di energia? Ci vorrebbe un dispositivo e qualcuno un giorno lo inventerà. Dal blog di John Tierney del New York Times è saltato fuori il nome IPed, ma concordo con gli autori nel preferire lo strepitoso The AlGoreRhythm.
- Lunedì 23 Novembre 2009

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