Mussolini: l’invenzione di un’icona di massa

Benito Mussolini - Ansa
Benito Mussolini - Ansa

Pochi lo sanno, ma l’esortazione “datti all’ippica” ha radici molto più eccentriche di quanto si possa immaginare. La sua (involontaria) creazione risale infatti a uno dei più controversi e anomali gerarchi del regime mussoliniano, Achille Starace, segretario del partito nazionale fascista durante gli anni Trenta.

Occasione, un convegno medico. Rispondendo sdegnato a chi tra i luminari gli faceva notare l’ora di ritardo con la quale era arrivato, l’allora vicario del Duce ribatté a muso duro: “fate ginnastica e non medicina. Abbandonate i libri e datevi all’ippica”.

La battuta spiega bene il carattere dell’uomo e anche la sua evanescenza intellettuale, che lo avrebbe portato prestissimo a diventare il motivo di scherno delle boutade più ferocemente antifasciste. Eppure liquidare la propaganda mussoliniana insieme con le stranezze di alcuni dei suoi uomini sarebbe assai riduttivo, soprattutto se ad essere presa in esame fosse la figura del Duce, anzi il suo “mito”.

Lo sa bene lo storico francese Didier Musiedlak che ha affrontato questo aspetto in un saggio da poco pubblicato da Le Lettere (Il mito di Mussolini, pp. 307, euro 35). Musiedlak parte da una constatazione inoppugnabile: “tra i dittatori del XX secolo, Mussolini rappresenta una forma di anomalia. Nessuno metterebbe in discussione la natura di Stalin, Hitler, Franco o Salazar, al contrario, quando si tratta di Mussolini, sembra che l’immagine si confonda”.

È vero, e per rendersene conto basta considerare due aspetti: l’evoluzione delle dichiarazioni che alcuni leader di destra (Gianfranco Fini su tutti) hanno dedicato a Mussolini, e il crescente revisionismo di molti liberali, che negli ultimi decenni hanno finito col tratteggiare il ritratto di “un dittatore piuttosto bonario”.

L’immagine del Duce non può dunque essere liquidata dalla solita rievocazione dei suoi comizi da Palazzo Venezia. E nemmeno il suo mito può essere così liquidato. Per tentare di affrontare il problema, Musiedlak ha provato dunque a “svestirlo dei suoi stracci o degli abiti da sera che gli erano stati confezionati dalla tradizione fascista, antifascista e post-fascista per uscire da quel mondo immaginario che Mussolini stesso aveva contribuito a creare”.

Il risultato è decisamente lontano dal bozzetto agiografico di moltissimi reduci così come dal ritratto granguignolesco del più efferato antifascismo. Come dimostra la vicenda delle sue spoglie (oggetto di infinite polemiche nel Dopoguerra), il Duce ha infatti catalizzato l’attenzione su di sé anche post mortem, convincendo della propria onnipresenza non solo i suoi contemporanei ma anche i posteri. Nel farlo, è riuscito così ad offrire a molti italiani una rappresentazione simbolica della realtà, cosa che in Italia si è realizzata solo in pochissimi casi.

Di qui, la trasformazione di Mussolini in una icona di massa, con tanto di riti e di liturgia. Il merito di Musiedlak non è quindi tanto quello di ricostruire uno spaccato di più di mezzo secolo fa, peraltro già molto arato da una torrentizia bibliografia. È piuttosto quello di fare comprendere i motivi della sua ancora oggi ingombrante presenza.

Mussolini è riuscito a farsi ostaggio non solo del dibattito storiografico ma anche di quello politico. E, come osserva acutamente Musiedlak, questa situazione non gli sarebbe affatto dispiaciuta.

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