
"La peste scarlatta", di Jack London (Adelphi)
È con innegabile tempismo che alla vigilia di un autunno gravido di minacce epidemiche Adelphi decide di pubblicare La peste scarlatta, lungo racconto di Jack London apparso per la prima volta il 28 giugno 1912 su “London Magazine”. Un nonno e un nipote si trascinano verso l’accampamento di due giovani pastori di capre, dalle parti di quella che era un tempo San Francisco, in riva a un mare dove mugghiano gli elefanti marini e dove riparano puledri inselvatichiti, braccati dai lupi. La civiltà è regredita all’età della pietra o poco più, inghiottita da un’epidemia fulminante il cui primo sintomo era la colorazione scarlatta della pelle.
Accadde nel 2013 e sono trascorsi sessant’anni. Pochissimi gli scampati alla peste. Il vecchio è l’ultimo depositario di una lingua – l’inglese, che i ragazzi comprendono a stento, avvezzi ormai a un linguaggio semplificato e per immagini – e di un sapere perduti per sempre. Ha nascosto la sua residua biblioteca in una grotta, a memoria dei futuri civilizzatori. “Cos’è istruzione?” chiede Edwin al nonno, che faceva l’insegnante. “Chiamare scarlatto il rosso”, ghigna il cugino schernendo il vecchio per la sua abitudine di usare concetti astratti.
I quattro sopravvissuti sono riuniti attorno a un fuoco, dopo una cena a base di cozze e granchi. E attorno al fuoco, da che mondo è mondo, si racconta una storia. Eccola, la storia della Morte Rossa: “A quel tempo San Francisco aveva quattro milioni di abitanti…” e “stando al censimento del 2010 l’intera popolazione mondiale era di otto miliardi…”. E c’erano “apparecchi in cielo: dirigibili e macchine volanti”. Visionaria ma anche tremendamente profetica, la fantasia del grande narratore californiano – antesignano di un genere fortunatissimo, da Io sono leggenda di Richard Matheson a La Strada di Cormac McCarthy – eccita ancora le nostre paure più ataviche. 2012, fine del mondo, epidemia.
Forse perché il germe, quell’invisibile corpuscolo così piccolo così potente, è il fattore x in cui è contenuta l’ubiqua radice di vita (”germinare”, cioè nascere), malattia e morte (il Virus). Da sempre in Occidente la scienza vorrebbe debellare il concetto di germe, assumerne definitivamente il controllo. Ma se è in grado di simulare il big bang e perfino di sondare l’infinitamente piccolo, proprio quell’organismo unicellulare che chiamiamo virus le ricorda di continuo la sua debolezza. È per questo che ha (che abbiamo) i nervi a fior di pelle. La scienza ha salvato milioni di vite e vinto fondamentali battaglie contro i virus ma, come tutti temiamo (ci viene ricordato in continuazione, se non altro come invito a vaccinarci), non vincerà la guerra.
A proposito di guerra, nel 1912 London era reduce dall’esperienza di reporter sul fronte del conflitto russo-giapponese, e vedeva probabilmente il mondo scivolare sull’orlo della catastrofe bellica. Nel racconto del suo alter ego le sorti dell’umanità sono avvolte da un cupo pessimismo, come se il day after fosse un destino ineluttabile della nostra specie, condannata da un misterioso Germe annidatosi stavolta nella sua essenza. Moltiplicarsi, progredire, costruire. Combattere, distruggere, distruggersi. La condanna di chi ricorda il passato è “vederlo replicare sotto gli occhi senza poter far niente per precluderlo”, conclude Ottavio Fatica, curatore del volume, nella sua postfazione. E se invece la “memoria del futuro” scaturita dalla penna di Jack fosse uno sprone a non mollare, a spezzare il filo dell’eterna coazione a ripetere?
- Giovedì 10 Dicembre 2009

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