
Federico Rampini appartiene a una stirpe di giornalisti-scrittori in via di estinzione. Interpreta il ruolo di inviato nel senso più nobile, immergendosi cioè a trecentosessanta gradi nella realtà in cui si trova a vivere e lavorare non solo per analizzarla in maniera acuta, colta, garbata e ironica, ma anche per restituirne gli umori, gli odori, i colori e i sussurri.
Dopo cinque anni di stanza Pechino, tornato a fiutare l’aria di New York, racconta in Slow Economy (Mondadori) lo choc culturale che smuove il pianeta al giro di boa del primo decennio degli anni 2000.
L’American way of life sembra aver esaurito la sua carica propulsiva. A partire dalle infrastrutture ma anche dai pensieri delle persone, dal “desiderio di futuro”, l’America incarna il vecchio. Il nuovo viene da Oriente, la Cina e l’India ma non solo, anche il Giappone, il Vietnam (cui è dedicato uno splendido capitolo) e perfino il Bhutan hanno qualcosa da insegnare all’Occidente. In questo minuscolo staterello himalayano per esempio usano da anni un misuratore di benessere alternativo rispetto al PIL, senza aver interpellato neppure un premio Nobel per l’economia come ha fatto in Francia, con lo stesso intento (e gli stessi esiti), Sarkozy. L’indicatore è chiamato FIL, “felicità interna lorda”.
L’economia slow abbraccia un concetto di decrescita molto più complesso di quello teorizzato in Europa da ambientalisti ‘estremi’ come Latouche. Se, da un lato, un consumo più frugale è un’esigenza pressoché imprescindibile in tutto il mondo avanzato, attenzione a non cadere nello “snobismo della decrescita”, ammonisce Rampini. Come è possibile imporre il “fermate il mondo!” ai popoli più poveri, agli immigrati delle nostre città, ai paesi emergenti?
Proprio in Oriente sono i semi di un diverso modo di “crescere”. Un tesoro antico che rischia di non attecchire se non smettiamo i panni di un eurocentrismo tanto resistente quanto anacronistico. L’empasse è anche culturale, e per questo l’autore ripercorre la storia dei grandi popoli d’Oriente alla luce dei fecondi contatti che ebbero con l’Occidente fin dal medioevo. Guardando al passato, per prepararsi al futuro è richiesto lo sforzo di capire un mondo in cui il ritmo del cambiamento viaggia molto più veloce del nostro.
“Scoprirli ci aiuta a ridurre l’angoscia e le paure irrazionali. Queste nazioni immense stanno cercando soluzioni a problemi comuni.”
E se il futuro del pianeta fosse deciso da un G2, Washington-Pechino? si chiede alla fine Rampini. La domanda, dopo Copenaghen, rischia di suonare retorica. Con l’accordo di facciata imposto al mondo, Obama e Wen Jiabao hanno tacitato le ambizioni europee e le speranze di tanti paesi del sud del mondo.
Il capitalismo egoista, secondo la definizione dello psicoterapeuta inglese Oliver James (Il capitalista egoista, Codice Edizioni), unisce i due grandi giganti inquinatori in questa strana congiuntura seguita al crac economico. “America e Cina hanno interesse a una lunga tregua”, continua l’autore. La loro simbiosi, già operativa dal punto di vista commerciale e finanziario, si salda proprio di fronte all’emergenza ambiente: a Copenaghen hanno lavorato diplomaticamente per sbandierare la loro “svolta verde” ma a conti fatti, specie la Cina, si sono rifiutati di assumere alcun impegno vincolante nella riduzione delle emissioni serra.
Così dopo il summit danese l’acuta analisi di Rampini mi suscita uno spiacevole disagio. Nel passato, la redistribuzione del potere su scala mondiale è sempre avvenuta portando con sé grandi conflitti. Ma l’assennatezza dei due leader sul piano politico-militare, unita a una conversione slow – nel senso di troppo lenta – a un sistema economico più sostenibile, non rischia di farli arrivare in ritardo alla “chiamata alle armi” per salvare il pianeta? Questo è ciò che nella vecchia, vetusta Europa molti si chiedono.
- Martedì 5 Gennaio 2010

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