Un libro che parla di cibo senza contenere nemmeno un ricettario o una guida ai ristoranti è di per sé una notizia.
Addirittura però Terra Madre. Come non farsi mangiare dal cibo (Giunti-Slow Food Editore) si legge come il manifesto per un “nuovo umanesimo”: riportare il cibo al centro di un processo produttivo e creativo finalizzato al godimento della vita, con coscienza e morigeratezza, e attento alla salvaguardia delle risorse e degli equilibri della Terra.
Il pedigree dell’autore, Carlo Petrini, fondatore e presidente internazionale di Slow Food, parla da sé: nel 2008 il Guardian lo ha incluso nella lista delle “50 persone che potrebbero salvare il mondo”.
Presentato in occasione del Terra Madre Day, nel dicembre scorso, il libro offre una summa del pensiero di Petrini, ideatore di questa affascinante “multinazionale” al servizio del nostro pianeta: Terra Madre, la rete mondiale delle comunità locali del cibo. Frutto di una filosofia di vita e di una visione olistica, l’idea di Terra Madre si è tradotta in un progetto molto concreto.
Migliaia di pescatori, contadini, pastori e agricoltori su piccola scala (dai Dogon del Mali all’Argentina e agli USA, dalla Finlandia all’Australia) portano avanti tutti i giorni nel proprio microcosmo produttivo e sociale un nuovo modello economico, agricolo, alimentare e culturale. Come? Semplicemente col proprio lavoro, frutto di un sapere tradizionale, e con l’appartenenza a una rete permanente che si propone come soggetto “politico” alternativo sulla scena globale, o meglio “glocale”.
Sorta di dottor Jekyll e mister Hyde della nostra vita quotidiana, il cibo è divenuto ambiguo e pregno di paradossi. Mangiare è l’atto che più ci avvicina ai processi vitali primordiali, al “respiro della Terra” come dicevano gli antichi; ma genera ansie e paure perché è un gesto ormai scollegato dalla Terra. Dai segreti e dalle pratiche di produzione e trasformazione degli alimenti, demandate alla famigerata industria alimentare globale.
A chiudere il cerchio dei paradossi, il cibo ci mangia – mangia il pianeta e le sue risorse – proprio perché viene prodotto in larga parte per essere venduto e non per essere mangiato. Ed ecco che la Terra, da madre buona e premurosa, diviene matrigna in un senso molto poco leopardiano e molto invece drammaticamente tangibile: inaridita, spolpata, depauperata della straordinaria biodiversità.
Per ribaltare un sistema il cui fallimento è stato impietosamente messo a nudo dalla recente crisi economica, i consumatori giocano un ruolo essenziale. Se “mangiare è un atto politico”, dice Petrini, bisogna stipulare un’alleanza tra chi il cibo lo produce e chi lo mette in pancia, nel rispetto di un principio fondamentale come quello della sovranità alimentare: “garantire a tutti i popoli il diritto a una produzione alimentare sana, abbondante e accessibile”. Oggi così non è. In un sistema che ha gli strumenti per sfamare tutti gli abitanti del pianeta, un miliardo di persone soffre la fame. Il modello non solo è iniquo ma proprio non funziona.
Essere co-produttori significa allora rendere consapevole ogni nostra scelta legata all’alimentazione, dalla qualità dei cibi che compriamo al luogo dove rifornirci (grande distribuzione, mercato equo solidale, gruppo di acquisto), dall’abitudine alle pratiche di riutilizzo e riciclo, alla lotta agli sprechi.
Ma il fascino, se vogliamo anche poetico, di Terra Madre risiede anche nel suo essere un sistema aperto (proiettato nel passato e nel futuro) a tutte le “connessioni nascoste”, le espressioni culturali e identitarie che contribuiscono a tener vivi un sapere prezioso fatto di lingue, oggetti, architetture, musica. “Se potessi mangiare un’idea…” cantava Giorgio Gaber, il signor G adottato dalla gente di Milano. Petrini ne condivide la sanguigna e visionaria passione, unita però a un sano pragmatismo di origini contadine.
E proprio per la metropoli lombarda ha in serbo la sfida più ambiziosa: Slow Food e l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche del Politecnico di Milano, in vista dell’Expo 2015 (il cui tema sarà “Nutrire il pianeta, energie per la vita”) hanno sviluppato un progetto per trasformarla in un esempio virtuoso di relazione tra città e agricoltura periurbana, annullando la distanza fra cittadini e produttori, sviluppando il piccolo commercio, favorendo la produzione di energie rinnovabili. Una rivoluzione?
- Martedì 26 Gennaio 2010


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