Dal 1° luglio 2007 il mercato libero dell’energia permette anche ai piccoli consumatori e alle famiglie di acquistare energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Ma l’orizzonte delle scelte è ancora avvolto in una nebulosa: cos’è, chi la vende, come si compra l’energia verde?
A queste e molte altre domande risponde un libro chiaro, accessibile e aggiornato, ricco di suggerimenti utili per “passare all’azione”: Energia verde in Italia di Roberto Rizzo (Edizioni Ambiente), ex ricercatore in Fisica presso il Cern di Ginevra e coordinatore delle riviste FV-Fotovoltaici e Wind Energy.
L’avvio in sordina, per usare un eufemismo, del mercato libero dell’energia in Italia (lo ha scelto finora il 7% circa dei consumatori) è dovuto non tanto alla tipica resistenza al cambiamento, quanto al vuoto di informazione e a politiche energetiche ambigue, per colpa delle quali la concorrenza fra le aziende è più fittizia che reale. Le offerte sul mercato differiscono tra loro per cifre irrisorie (qualche decina di euro l’anno), a fronte di una bolletta che è fra le più salate d’Europa.
Fa rabbia pensare, spiega Rizzo, che vent’anni fa (1991) il Parlamento italiano stava per votare una legge a favore delle fonti pulite, cancellata all’ultimo dal famigerato CIP6: lo spazio che spettava alle rinnovabili fu occupato da una tipologia di fonti affatto pulite, le “assimilate”, ancora oggi sovvenzionate dai contribuenti con un sovrappiù in bolletta.
La mole di costi fissi (vi rientrano fra l’altro la “chiusura del ciclo nucleare”, le “condizioni tariffarie di favore ad alcuni grossi consumatori” ecc.) frena insomma lo sviluppo di un mercato realmente libero e concorrenziale. Nella pratica vige un sistema oligopolistico, dove è l’Enel a determinare i prezzi dell’elettricità scambiata in Borsa. Così l’energia proveniente da fonti fossili continua a essere più a buon mercato (di 10/25 euro l’anno per una famiglia dai consumi medi) di quella certificata “pulita”.
Ma quali sono le rinnovabili a cui attinge la rete? Ecco la vera delusione: niente eolico né fotovoltaico, la quasi totalità proviene da impianti idroelettrici, alcuni dei quali lontani e obsoleti. Peggio, il fornitore si approvvigiona sì da fonti non fossili ma non è in grado di garantire che l’energia messa a disposizione dal distributore sarà al 100% pulita, perché quest’ultimo (in regime ancora di monopolio) attinge dalla rete l’elettricità in base alla disponibilità in quel preciso momento.
La scelta di passare all’energia verde rimane comunque rispettabile, sia per il suo fondamento etico sia per il messaggio lanciato ai legislatori, agli altri consumatori, al mercato stesso. Nonostante una politica di governo orientata a riprendere il discorso nucleare (fonte drammaticamente costosa in termini di tempo di costruzione, rischio per la salute, smaltimento delle scorie ecc.), la buona notizia è che lo sviluppo delle rinnovabili procede anche in Italia, sia pure con numeri inferiori rispetto ad altre realtà straniere. Eolico, fotovoltaico, biomasse sono in costante crescita grazie soprattutto all’incentivo dei certificati verdi, sistema tipo cap and trade ideato per spingere gli operatori del mercato libero a investire nelle fonti rinnovabili malgrado il loro costo ancora non competitivo.
Mentre la crisi climatica spinge inesorabilmente nella direzione dell’energia verde, conclude Rizzo, produttori e consumatori sono chiamati a fare ciascuno la sua parte. Per esempio, ai cittadini è richiesto un cambio di abitudini per ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza energetica delle abitazioni.
Accelerare l’uso e l’introduzione di nuove tecnologie per la definitiva “conversione”: questo si richiede con urgenza agli Stati dal momento che le forze del mercato, specie in tempi di crisi, da sole non ce la fanno. Ma l’idea fondamentale per il futuro è legata al concetto di autosufficienza. Ogni edificio, ogni installazione dovrebbe un giorno poter soddisfare da sé il proprio fabbisogno di energia grazie a una delle fonti rinnovabili disponibili, attingendo alla rete elettrica solo per i picchi o per quella quota che non sia in grado di autoprodursi.
- Mercoledì 27 Gennaio 2010


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