
Credits: Edizioni DB
Dopo il successo degli Schwartz, torna in scena Matthew Sharpe firmando un insolito romanzo postapocalittico – con Pocahontas protagonista.
Romanziere di rango, il newyorchese Matthew Sharpe è emerso all’attenzione della scena letteraria americana e internazionale con Gli Schwartz (Einaudi, 2005, titolo originale The Sleeping Father), che ha riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. Raccontando la saga della scombinata famiglia Schwartz, Sharpe metteva in mostra uno stile spumeggiante e tematiche che lo hanno fatto accostare a Jonathan Franzen.
Nel nuovo Jamestown (pubblicato da Edizioni BD giovedì 28 gennaio) Sharpe non perde la sua scrittura onnivora e funambolica, ma cambia completamente universo narrativo. Ambientato in un futuro devastato da un disastro apocalittico di origine ignota, il romanzo reinventa in modo corrosivo la storia di Jamestown, il primo insediamento stabile inglese sul suolo americano, del rapporto non facile tra coloni e nativi e della relazione amorosa tra Pocahontas e John Rolfe.
Una nota di merito va alla traduzione a cura di Ivano Bariani, giovane autore di due romanzi, Il precursore e Sedici Vitamine, che è riuscito nel non facile compito di domare la lingua virtuosistica di Sharpe.
Ecco in anteprima esclusiva un breve estratto dal primo capitolo di Jamestown:
L’autista e il meccanico hanno riparato il pullman mentre io sedevo qui dentro e cercavo di raccogliere le idee. Senza trovarne. Ho guardato fuori, attraverso lo sporco del vetro antiproiettile, e ho visto due grosse lepri rosse, animali che non si vedono in giro sull’isola in cui sono nato. «Diciamo resistente ai proiettili, piuttosto di antiproiettile, dato che non esiste una cosa come un vetro antiproiettile, il che potrà sembrarle un tecnicismo inutile ma io non voglio venderle questi vetri con una scusa, per quanto labile,» mi aveva detto il venditore di vetri antiproiettile usati, rivolgendosi a me in quanto specialista in telecomunicazioni della missione, quando ancora eravamo a casa, tre giorni prima che la terra inghiottisse il grattacielo. «Lei cosa ci deve fare esattamente con questo vetro?» «Evitare di morire,» avevo risposto, e avevo sbattuto con forza il mio pugno sul suo mento, la punizione per chi adotta tecniche di vendita scadenti nella moderna New York. Scavalcando la sua figura prona, avevo riempito il mio carrello di vetro. Non giudicatemi, qualora esistiate. Trovatemi un uomo che ogni sera se ne va a dormire con la sua moralità intatta e io lo colpirò sul mento con il mio pugno e prenderò il suo vetro.
- Mercoledì 27 Gennaio 2010

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