Un giornalista naufrago su un isola deserta insieme a un eterogeneo gruppo di sopravvissuti: infermiere, medici, ostetriche e taglialegna (svedesi e finlandesi), più l’equipaggio del velivolo, originariamente diretti in India per una missione ONU. Un nuovo reality molto estremo? No, uno squisito romanzo scritto negli anni ’70 e pubblicato ora in Italia da Iperborea: Prigionieri del paradiso di Arto Paasilinna, ex giornalista poeta e guardaboschi, autore cult del mondo pre-artico.
“Sono un individuo di una banalità disarmante e la cosa spesso mi irrita”. L’io narrante, giornalista sopra la trentina, incarna con ironia la quintessenza dell’homo finnicus, protagonista di tanti romanzi dello scrittore finlandese. Facile identificarsi con lui, anche alle nostre latitudini, se non altro per la fantasia archetipica di ricominciare una vita altrove (possibilmente, al caldo).
La fuga forzata dalla grigia quotidianità nella natura maestosa e terrifica mette i compagni di avventura di fronte a una serie di scelte che finiranno per ribaltarne il sistema di valori e la percezione stessa della realtà.
I problemi connessi alla salute e alla sopravvivenza vengono presto superati grazie all’ingegno e all’innato senso pratico del popolo nordico. Il relitto dell’aereo precipitato sulla barriera corallina non restituisce una radio per comunicare con il resto del mondo ma razioni di cibo, utensili e scatole piene di spirali a uso contraccettivo (tutti si riveleranno di estrema utilità).
Ma è soprattutto la dinamica psicosociale della “regressione” a intrigare Paasilinna, permettendogli di dispiegare tutto il suo humour e la briosa sensibilità di narratore.
Superato il periodo di adattamento in cui prevalgono le differenze – di religione, ceto sociale, di genere – l’improvvisata comunità acquista nuovi codici relazionali e ciascuno mette le proprie conoscenze e inclinazioni al servizio della collettività. “Mi domando quanti di noi si siano resi conto che viviamo in un sistema socialista“, dice a un certo punto il copilota Reeves. Niente denaro, assistenza medica e casa (palafitta) gratuita, cibo suddiviso in base ai bisogni e perfino alcol, prodotto in una distilleria primordiale e pagato in ore-lavoro al servizio della comunità.
Spirito e carne, senso pratico e pulsioni, sesso e democrazia. Per un fugace, miracoloso istante, quello in cui il crepuscolo tropicale dipinge il cielo di mille riverberi colorati al suono della risacca, tutto torna come nel sogno dello stato di natura, non contaminato dalle sovrastrutture e dal progresso. O, più prosaicamente, come nelle speranze e negli ideali dei movimenti di liberazione degli anni ‘70.
Nel finale, al quale si giunge in fretta e con il gusto di acquavite al cocco, i sopravvissuti si trovano di fronte a un bivio, topos fondamentale nella poetica di Paasilinna poi sviluppato ne L’anno della lepre, il romanzo che lo consacrò presso il pubblico (anche italiano, 100.000 copie vendute): adesione totale alla natura o rientro nella civiltà, nella sua dimensione opaca e sedentaria? La sconfitta è annunciata, ma il nostro eroe venderà cara la (nuova) pelle.
- Lunedì 1 Febbraio 2010


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Commenti
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Il 10 Marzo 2010 alle 10:11 Arto Paasilinna, Prigionieri del paradiso « GRUPPO/I DI LETTURA ha scritto:
[...] Mi risulta che in questo serial, che appassiona i cittadini di tutto il mondo, si narri di un aereo che naufraga in un’isola tropicale dell’Oceano Pacifico, ma questo è esattamente anche ciò che racconta in Prigionieri del Paradiso Arto Paasilinna (nella foto, Blackarchives, linkata da Panorama Libri). [...]
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