Les enfants modèles, i supplizi dei figli d’arte raccontati in una mostra

Suso Cecchi D'Amico con il regista americano Martin Scorsese - Credtis: Ansa/Onorati

Suso Cecchi D'Amico con il regista americano Martin Scorsese - Credtis: Ansa/Onorati

Enfants modèles è una definizione perfetta per intitolare una mostra. Ha il significato ambiguo del doppio senso e centra in pieno il tema della questione: significa “bambini modelli” ma può anche alludere al “bambino-modello”, e dunque al pargolo esemplare.

E in effetti i protagonisti di questa rassegna, allestita a Parigi fino all’8 marzo, di tempra e carattere, ne hanno dovuto avere parecchie. Costretti a posare per ore, spesso in scomodissimi abiti, hanno accettato con supina ubbidienza i capricci artistici di gente del calibro di Renoir, Rosseau, Matisse, Picasso e Gaugin che, per inciso, erano anche i loro padri.

Ma i fardelli del figlio d’arte non si fermano qui. Come uno stigma, la fama del padre si è spesso proiettata come un cono d’ombra sulla carriera del figlio, stroncandone le velleità specie quando il campo d’interesse è stato lo stesso.

In Italia, per restare solo nel campo delle patrie lettere, è accaduto molte volte. Pochissimi sono riusciti a ritagliarsi una propria autonomia, eppure le eccezioni non mancano. Il caso più clamoroso è quello che ha aperto il secolo scorso: nei primi del ‘900 l’attore e commediografo Eduardo Scarpetta, una vera star del teatro italiano, diventava padre di tre figli che si sarebbero rivelati tra i più grandi e acuti interpreti della commedia nostrana. Con i loro capolavori, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo avrebbero presto oscurato la fama dell’attore partenopeo.

Le cose andarono peggio a due loro coetanei. Fausto e Stefano Pirandello, nonostante le promettenti doti artistiche e letterarie, non riuscirono mai a liberarsi dell’ingombrante nome paterno. Il primogenito decise persino di ricorrere a un nom de plume – Stefano Landi – pur di sfuggire allo stigma dell’essere definito “figlio di”. Non servì a molto. Ci sono voluti più di trent’anni per restituirgli il valore che si merita nel teatro italiano (nel 2004 Bompiani ha pubblicato l’opera completa) e per comprendere cosa davvero significasse il rapporto di filiazione con il grande scrittore e drammaturgo siciliano (quattro anni fa Mondadori ha pubblicato il carteggio con il padre dal titolo eloquente Il figlio prigioniero).

Lungo il dorsale cinema-letteratura, non si può invece dimenticare il caso di Suso Cecchi D’Amico, pseudonimo di Giovanna Cecchi, la numero uno delle sceneggiatrici italiane. Anche lei ha magnanimi lombi: il padre Emilio è stato uno dei più autorevoli critici letterari del secolo scorso, scopritore di poeti del calibro di Dino Campana, fondatore di riviste letterarie quali la “Ronda”, direttore con Natalino Sapegno della celebre “Storia della letteratura italiana” Garzanti, nonché autore di testi cult ormai introvabili, come “Pesci Rossi” e “America amara”.

Nel suo campo, la Cecchi-D’Amico non è stata da meno: ha attraversato quasi un secolo di cinematografia, scrivendo sceneggiature per Fellini, Camerini, Blasetti, Antonioni, Rosi e Comenicini, e coronando la carriera con un Leone d’oro. Storie di grandi vite, ma anche di grandi riscatti, che dimostrano come l’anatema di “figlio di” possa alle volte diventare un’opportunità.

Commenti

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Il 23 Febbraio 2010 alle 09:48 L’ombra del lupo di Vito Catalano, un giallo sulle tracce di nonno Sciascia - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] sentire odore di una di quelle trappole letterarie in cui sono incorsi – spesso loro malgrado - i figli d’arte. Ci sarebbero appunto, ma non ci sono: perché il romanzo in questione, L’ombra del lupo, [...]

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