
Il filosofo Bernard-Henry Lévy insieme all'attore Alain Delon (Ansa)
“La censura è una buona cosa: in tal modo ad ogni libro è garantito almeno un lettore attento”. La frase è del drammaturgo inglese Alan Ayckbourn e torna utile per mettere a fuoco un fenomeno sempre più dilagante, non solo in ambito editoriale.
Prima di tutto, però, il fatto: Daniel Salvatore Schiffer, un saggista assai prolifico e poco noto, almeno alle nostre latitudini, avrebbe dovuto pubblicare in Francia un libro edito da Fayard, piuttosto critico nei confronti di Bernard-Henry Lévy, tra i più influenti intellettuali francesi.
Alla consegna del manoscritto, Schiffer, però, si è sentito rifilare un secco “no grazie”. “Ho proposto di attenuare certi giudizi, ma non è stato sufficiente – ha poi detto l’autore - Non dico che sia stato Lévy a censurarmi, l’ha decisione l’ha presa Oliver Nora”, responsabile di Fayard e – per inciso – anche di Grasset, l’editore storico del filosofo francese.
Tanto è bastato a fare gridare alla censura gran parte della stampa transalpina, e a nulla è valso la giustificazione degli editor della casa editrice, che sostenevano invece che il manoscritto fosse illeggibile e che le critiche espresse da Schiffer fossero già note e pubblicate in molti altri libri, tra cui un saggio stampato proprio per i tipi di Fayard.
Complice il polverone, l’autore ha comunque trovato prontamente un altro editore che si è subito dichiarato disposto a pubblicare il saggio. Un tempismo record: l’opera di Schiffer sarà così disponibile entro fine marzo, giusto in tempo per il Salone del libro parigino.
La domanda, a questo punto, non è tanto stabilire se oggi, in Europa, ci sia o meno libertà di stampare ciò che si vuole. È piuttosto quella di capire se ci sia ancora la possibilità di rifiutare un libro che tratta certi temi senza garantirgli un inaspettato successo.
- Lunedì 22 Febbraio 2010

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