Joann Sfar, Il Gatto del Rabbino

Joann Sfar, Il gatto del Rabbino

Joann Sfar, Il gatto del Rabbino

«In principio erat Verbum», «In principio c’era la parola», così biblicamente ha inizio tutto. E che parola!, quella di Dio che tutto crea.
Ma dopo milioni di anni tutti si accapigliano sulle parole pronunciate di Dio e forse ne è il miglior interprete un gatto grigio che sa discettare di religione e talmud, politica e Torah, un felino poliglotta dalle domande scomode, ma di frequente il suo padrone, il rabbino Abrahama e la bella figlia Zlabya scambiano quei precisi commenti solo per miagolii insistenti, così molto spesso il povero gatto sapiente, sospirando  preoccupato per gli uomini,  può dare ragione alle parole di Woody Allen:«Dio è morto, Marx pure e io non mi sento troppo bene».

Ecco: così, sorridendo sotto i baffi, si sfogliano le pagine della graphic novel di Joann Sfar, Il gatto del Rabbino 2 edito da BUR, dove un umorismo mordente,  una vanvera di parole infinita  mette in ridicolo tutto: le variazioni  interpretative dell’ebraismo e delle altre religioni monoteistiche sui libri e riti sacri, la politica, i conflitti.
Perché solo un punto di vista disincantato, anzi fuori dall’umano, dal momento che a raccontare è un gatto, può rappresentare la complessità di un mondo dove Dio chissà dov’è.

Disegnatore, illustratore francese di Nizza, nelle vene di Sfar (1971) scorre sangue sefardita e ashkenazita, le due comunità ebraiche, spagnola e centroeuropea,  sviluppatesi sin dal medioevo con riti diversi. Già il sangue misto di Sfar  genera verve polemica, anzi una  pilpul, il termine ebraico per  la discussione religiosa speziata e pepata che anima  i seguaci dei due diversi riti. Le cose si complicano quando oltre alle varianti ebraiche ci si confronta con l’islam e il cristianesimo. Se poi ci si mette anche la politica!

Questi sono gli ingredienti del secondo racconto nel libro di Sfar, intitolato  Gerusalemme d’Africa dopo quello dedicato alle avventure di Malaka dei leoni, nel Paradiso terrestre; la storia prende avvio fra Algeri e l’Etiopia  negli anni Trenta.

Un pittore ebreo russo, arrivato per sbaglio nascosto in una cassa di libri destinata al rabbino Abrahama, è in cerca della dodicesima tribù di Israel, quella degli ebrei neri, i Falascia, che vivrebbero felici e senza contese in una città di Gerusalemme con tanto di tempio e mura intatte; questa mitica Gerusalemme-Eldorado si troverebbe in Etiopia. E subito si fa incandescente la polemica fra l’ebreo russo e quelli algerini.

Discussione sul colore della  pelle di Mosè e quella sull’inesistenza di ebrei neri, sostenuta dal rabbino con: “Insomma i neri hanno la schiavitù, gli ebrei hanno i pogrom. Sono pesi da portare, immagina un popolo che subisca entrambi , non è possibile!”, poi  la partenza del gruppo per il tour africano con pittore russo, rabbino e amici, in più si aggiunge lo sceicco Mohammed Sfar, (già proprio con il cognome dell’autore), grande musicista alla ricerca nel deserto di Canti perduti.

Verrà trovata la famosa dodicesima tribù dei falascia? Al lettore il piacere di scoprirlo, lasciandosi sedurre dal tocco felino.

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