L’orma del lupo di Vito Catalano, un giallo sulle tracce di nonno Sciascia

L'ombra del lupo: particolare della copertina di Vito Catalano

L'orma del lupo: particolare della copertina del libro di Vito Catalano

Evidentemente, Vito Catalano non deve soffrire di ataviche inibizioni o di fastidiosi complessi di inferiorità. Nel suo caso, infatti, decidere di esordire con un giallo non è la solita scorciatoia narrativa per solcare una rotta di un certo successo: è prima di tutto una sfida con sé stesso e con una pesantissima eredità.

Catalano è infatti uno dei nipoti di Leonardo Sciascia, e forse non sarebbe neanche necessario alludere allo straordinario patrimonio letterario che, a vent’anni dalla sua scomparsa, lo scrittore di Racalmuto ci ha lasciato.

Ci sarebbero dunque tutti i presupposti per sentire odore di una di quelle trappole letterarie in cui sono incorsi – spesso loro malgrado - i figli d’arte. Ci sarebbero appunto, ma non ci sono: perché il romanzo in questione, L’orma del lupo, pubblicato dall’editore Avagliano, sorprende per più di una ragione.

Catalano non ha deciso infatti di rifugiarsi in qualche asfittico antro narrativo, sperimentando modelli lontani anni luce dalla poetica sciasciana. Al contrario: ha inteso raccontare una storia partendo da un preciso episodio realmente accaduto, la storia di un lupo che nell’ultimo scorcio del XVII terrorizzò gli abitanti di alcuni paesini della Sicilia orientale.

Il metodo non è inedito. Anzi, per un lettore di Sciascia, è assai consueto. Si devono infatti a questo espediente alcuni dei più bei libri dello scrittore siciliano. Dunque, si potrebbe pensare che il nipote dell’autore del Consiglio d’Egitto si sia imbrigliato con le sue stesse mani in un vicolo narrativo senza via d’uscita.

Non è così. La storia del lupo che inizia a mietere vittime – attorno a cui ruota il sapido libretto – si traduce in un’utile occasione per raccontare prima di una storia un’atmosfera, intrecciandola con una vicenda torbida e quasi granguignolesca.

Con uno stile secco e terso, Catalano si serve del giallo non come un fine ma come uno strumento per indagare su una vicenda, senza peraltro dare mai la sensazione di fornire al lettore risposte certe e ultimative. E nelle poco meno di cento pagine della sua narrazione dimostra di aver raccolto l’eredità sciasciana nel migliore dei modi: rendendosi conto di una distanza forse incolmabile, ma al contempo facendo tesoro di quel patrimonio umano e letterario attraverso un’opera agile, coerente e di inaspettato godimento intellettuale.

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