Nel giro di tre anni, i fan dei Pink Floyd sono passati dall’esaltazione al lutto. L’inattesa, messianica reunion al Live 8, nell’estate 2005, ha alimentato la fiammella della speranza (mai sopita) di rivedere i quattro insieme.
La morte di Richard Wright, nel settembre 2008, ha ucciso per sempre il sogno, consegnando di fatto i Pink Floyd al culto. Ma poiché, come ha detto Gilmour a proposito di Breathe, “in ogni momento della nostra esistenza, anche in mezzo al caos, è sempre possibile trovare bellezza e speranza”, ecco un libro da lustrarsi gli occhi. Si chiama Echoes, come la celebre antologia Floyd del 2001, a sua volta debitrice nel titolo dell’epopea lunare che infuocava l’intera facciata B di Meddle e le sulfuree atmosfere di Live At Pompeii.
Da poco tradotto per Giunti Editore, si presenta come il più esaustivo “reference” sulla storia dei Pink Floyd mai pubblicato; una vera manna per i cultori della band di Cambridge ma anche per gli storici del rock e i semplici appassionati. Il poderoso apparato iconografico è infatti un “libro nel libro”, che restituisce per immagini (molte inedite) la carriera lunga e intensa di uno dei gruppi rock più “sfuggevoli, incompresi e, stranamente, di successo”.
Il curriculum dell’autore, Glenn Povey, ne fa un’autorità in materia. Giornalista, impresario e promoter – ma sopuaribile fan dei Floyd – è stato tra i fondatori di Brain Damage, leggendaria fanzine dedicata alla band, edita fra il 1985 e il 1993. Il suo lavoro prende le mosse da un precedente libro firmato con Ian Russell e uscito nel 1997 (Pink Floyd - Un sogno in technicolor, edito sempre da Giunti), che faceva il punto su “quarant’anni di successi”. Da allora, e in gran parte in epoca pre-internet, non ha mai smesso di ricercare, aggiornare, aggiustare e rifinire. Il meticoloso lavoro d’archivio ricompone le tessere di un puzzle caleidoscopico che attraversa quasi un lustro di storia rock: con dovizia di particolari, documenta fra l’altro le date di tutti i concerti del gruppo e dei singoli membri, le sedute di registrazione, le apparizioni radiofoniche e televisive e ogni altro evento cui abbiano partecipato. Per finire con una discografia ultradettagliata a uso dei collezionisti più accaniti.
Ecco l’occasione, per tutti i puristi floyd inorriditi di fronte alla recente, “oltraggiosa” rilettura di Dark Side Of The Moon da parte dei Flaming Lips, di ripercorrere la vicenda gloriosa e irripetibile del secondo album più venduto di tutti i tempi, concepito nella cucina di Nick Mason verso la fine del 1971 da una band all’apice dell’ispirazione e che, specie nella trasposizione live, incoronò i Pink Floyd maestri dell’immaginario sonoro. Filo conduttore del viaggio interiore racchiuso nei solchi di quel magico concept era un semplice battito cardiaco, geniale riassunto della condizione umana.
Tra le parti più interessanti ci sono gli estratti di recensioni d’epoca (di album e concerti), tratte da quotidiani e riviste. Nel loro insieme offrono tante divertenti storie rock ma anche uno spaccato di società e costume, dai fasti della Londra underground al malessere esistenziale di una generazione che si riconobbe in The Wall, divenuto poi simbolo del Muro caduto e infine di tutti i Muri di tutte le dannate frontiere del mondo.
Da una lettera inviata alla rivista studentesca di Reading: “Vorremmo esprimere il nostro disgusto per la terribile esibizione dei Pink Floyd al ballo di sabato. Come può la gente ballare in un tale fracasso offensivo?” Era il gennaio 1967. Echi di una Storia che non finisce.
- Giovedì 25 Febbraio 2010


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