Il Dizionario del diavolo di Ambrose Bierce: quando la realtà supera la fantasia

Dizionario del diavolo: particolare della copertina del libro di Ambrose Bierce

Dizionario del diavolo: particolare della copertina del libro di Ambrose Bierce

Critico: “persona che si vanta di essere incontentabile perché nessuno si sforza di compiacerla”. La definizione, che ha una sua seducente corrosività, è solo una delle fulminanti voci che si possono leggere nel Dizionario del diavolo di Ambrose Bierce, che Guanda ha deciso di mandare in libreria, nell’ormai classica edizione curata dal critico letterario Guido Almansi.

Nato in Ohio nel 1842, Bierce è stato uno dei più velenosi giornalisti americani dell’Ottocento (non è un caso che il suo nomignolo fosse “bitter”, ovvero amaro). Nella sua infinita produzione giornalistica e letteraria (ha scritto quasi un centinaio di racconti), questo lemmario merita senz’altro un posto di rilievo: sia per la corrosività delle voci, sia per la loro imperturbabile attualità.

Come scrive Almansi nell’introduzione, “le voci di Bierce dovrebbero appunto essere stampate in margine alle voci dello Webster o dell’Oxford Dictionary: per non farci dimenticare la fragilità gnoseologica, ideologica e psicologica del nostro lessico. Ecco, il Dizionario del diavolo è un’operazione wittgensteiana fatta da questo bestione trionfante, che era tutto tranne un filosofo”.

Ed infatti senza scomodare l’autore del Tractatus logico-philosophicus, si può convenire che le definizioni presenti nel dizionario (di cui Guanda presenta una succinta antologia) resistono ai tarli del tempo e delle mode. Così, se alla voce “colpevole” si legge “trattasi sempre di un’altra persona”, accanto alla parola “santo” è scritto “peccatore morto, riveduto e corretto”.

Corrosive, ciniche (e, perché no?, diaboliche) alla fine, le saette di Bierce lasciano comunque una sensazione amarognola. Scritte infatti in pieno Ottocento con l’ossessione di risultare scandalose e spiazzanti, queste voci nel corso di due secoli si sono rivelate veritiere e quasi assodate. Così, se nel XIX secolo sostenere che “l’inumanità” fosse una delle caratteristiche dell’uomo poteva risultare scandaloso e spiazzante, ammettere la stessa cosa oggi potrebbe rivelarsi solo come una amara (e sottile) constatazione.

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