“Il ragazzo del lago” di Marcello Foa. La storia di Aimone, partigiano e gentiluomo

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di Manuela Grassi

La mattina del 27 aprile 1945, sulla strada per Dongo (Como), il giovane Aimone Canape va incontro al lungo convoglio tedesco che è lì fermo, bloccato da un palo. Ha il cuore in gola perché è solo. Il comandante della Wermacht gli chiede: «C’era un accordo per permettere il passaggio delle truppe tedesche, perché avete sbarrato la strada?». E Aimone: «Sono qui in veste di interprete…».

«Fino a oggi si ignorava che il primo a trattare la resa fosse stato lui, mandato avanti allo sbaraglio» precisa Marcello Foa, giornalista esperto di politica internazionale, docente universitario e autore di Il ragazzo del lago (Piemme, dal 26 febbraio in libreria, 17,50 euro), racconto di una vita romanzesca e testimonianza inedita su alcuni dei momenti più drammatici della nostra storia. Foa ha conosciuto Canape, oggi ottantasettenne, grazie a un comune amico, e ha faticato a vincerne il riserbo.

Il giovane partigiano di Dongo che si avvicina alla colonna dove si nasconde Benito Mussolini il tedesco lo aveva imparato in Germania tra il 1938 e il 1940. Terzo di cinque figli maschi, bello e di modi eleganti, aveva scelto di imparare il mestiere di maître d’hotel a Como quando, per un colpo di fortuna, era stato invitato per uno stage a Oberhof in Turingia, in un grande albergo frequentato dal fior fiore dell’aristocrazia ariana. La duchessa Elli Steinlich rimane folgorata dalla fisionomia di Aimone, identica a quella del suo unico figlio, precocemente perduto. Si affeziona a lui al punto da invitarlo a Berlino, dove Aimone vivrà in una raffinatezza impensabile per la sua famiglia di probi borghesi.

«È una testimonianza molto interessante sulle abitudini di vita delle élite aristocratiche e sui loro rapporti con Adolf Hitler» dice Foa. Elli vive in un palazzo di 105 stanze, ammira il Führer e ne è vezzeggiata. Fra le sue amicizie il generale Albert Kesserling e Bertha Krupp, la magnate dell’acciaio, che Canape descrive dal vero. Come dal vero descrive Hitler.

Aimone insiste per imparare il mestiere di maître d’hotel ed Elli gli trova un posto al Kaiserhof, il più esclusivo di Berlino. Una notte del 1940, durante un bombardamento inglese, si precipita nel rifugio sotto l’albergo, ma sbaglia porta e infila quella che portava al primo bunker di Hitler. Il rischio è alto ma finisce in una amabile conversazione con il Führer.

Rientrato in Italia, dopo l’8 settembre 1943, si nasconde nella casa dei genitori a Dongo e decide di schierarsi con i partigiani «bianchi». Arrestato più volte, scampa alla fucilazione ma non alle torture e allo strazio di vedere morire i compagni. Fino al 27 aprile 1945.

«Nel ricordo Canape distingue quello che ha vissuto in prima persona e quello che gli fu riferito da altri» precisa Foa. Aimone non è animato da sentimenti di vendetta, aiuta Zita Ritossa, la moglie di Marcello Petacci, a salvarsi con i suoi figli. E non smaschera una signora bruna in stato interessante: saprà dopo che è la moglie di Fernando Mezzasoma, anche lui fucilato a Dongo. Quanto a Mussolini, gli raccontarono i compagni, non era travestito da tedesco ubriaco, ma nascosto carponi sotto un soprabito e con un soldato seduto sulla schiena: fu scoperto perché non aveva agganciato l’elmetto, che rotolò in mezzo al camion.

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