Gli scontri di via Padova a Milano: intervista allo scrittore Giorgio Fontana

Credits: Terre di Mezzo editore - particolare della copertina di Babele 56

Credits: Terre di Mezzo editore - particolare della copertina di Babele 56

Stranieri, paura, città che cambiano: ne abbiamo parlato con Giorgio Fontana, autore di Babele 56, reportage sull’immigrazione a Milano.
Scrittore classe 1981 con due romanzi all’attivo (Buoni propositi per l’anno nuovo e Novalis), Giorgio Fontana da un paio di anni vive a 50 metri da via Padova, la strada di Milano al centro delle cronache per gli scontri avvenuti il 13 febbraio in seguito all’uccisione di un immigrato egiziano. E proprio l’autobus 56 (”bus dei dannati, vagone merci, corriera dei maruchitt“) che percorre senza sosta via Padova avanti e indietro è diventato il filo rosso che lega i capitoli di Babele 56 (2008, Terre di Mezzo editore), un reportage che Fontana ha realizzato intervistando immigrati di varia provenienza in diverse zone della città.

Babele 56 non indugia in retorica o buonismi e non propone facili soluzioni, ma racconta storie di vite vere, vissute nell’ombra di una città (caso esemplare di tante altre realtà italiane) che troppo a lungo ha ignorato la questione dell’immigrazione, o l’ha ridotta a un babau spaventoso da affrontare a colpi di “sicurezza”.

D: Nel tuo libro racconti una via Padova diversa da quel ghetto violento che viene descritto in questi giorni da molti giornali e televisioni. Qual è la “tua” via Padova?
R: Innanzitutto una via Padova fatta di persone normali (italiani e stranieri): gente che lavora e che vive il quartiere con un’intensità particolare. Senza dimenticare le numerose iniziative locali (penso solo alla Casa del Sole, una scuola d’avanguardia ad altissimo contenuto di stranieri). Queste dimensioni di intimità e solidarietà della zona - piuttosto rara nella Milano contemporanea - sono state sottovalutate o ignorate dalla cronaca, ma restano il cuore pulsante della via.

D: Perché sono esplosi gli scontri?
R: I fatti sono questi: un ragazzo sudamericano ha accoltellato un ragazzo egiziano attorno alle 17.40, vicino al civico 80 della via, in una rissa scoppiata per futili motivi. Il ragazzo egiziano è morto abbastanza rapidamente, mentre si aspettava l’ambulanza. A questo punto diversi nordafricani nella strada hanno reagito con una sorta di “caccia al sudamericano”, che è ulteriormente degenerata: vetrine di negozi infrante, auto ribaltate, ecc.

D: Si rischia in via Padova una deriva tipo banlieu?
R: Credo di no, anche per questioni geografiche. Via Padova è quanto di più diverso da una periferia abbandonata e monotona, e inoltre giace molto più vicina al centro rispetto alle banlieu. Inoltre la causa dello scontro è stata - appunto - una rissa per “futili motivi”: insomma, non si è trattata di una guerra fra etnie programmata a freddo. Quello che però non va sottovalutato, senz’altro, è il senso di esclusione ed emarginazione che provano diversi stranieri di fronte al clima sociale e politico italiano.

D: La soluzione del problema è solo nel rafforzamento dei controlli, come molti – politici e cittadini – prospettano?
R: No, assolutamente. La soluzione al “problema” è innanzitutto capire che il problema non è la mera presenza di migranti nel quartiere ma la necessità di interventi attivi nel tessuto sociale: di creare luoghi di incontro e scambio fra tutti, italiani e stranieri, ed evitare che questo sia lasciato solo alla buona volontà e iniziativa dei singoli. Finché si continua a prendere via Padova come un luogo “eccezionale”, il problema rimarrà intatto.

D: Che sfida lancia una realtà come via Padova a Milano? Si può estendere il “caso” a livello nazionale?
R: Si può e si deve ricordare che la presenza dei migranti in tutta Italia è un dato di fatto (oltre che un motore ormai fondamentale della nostra economia). Ovviamente la questione è complessa e certe sue derive vanno tenute sempre presenti: ma strumentalizzarle rimane sempre il male peggiore. La sfida di via Padova è semplicemente quella di ripensare sia la società italiana (che è piena di stranieri la cui stragrande maggioranza fa o desidera vite identiche alle nostre) sia la sua identità (che non è, se mai lo è stata, un patrimonio da difendere contro qualunque contaminazione).

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