Rapine, assassinii e un passato in seminario: Il Giovane Stalin di Sebag Montefiore

Iosif Stalin (Ansa)

Iosif Stalin (Ansa)

Che ci faceva a fine Ottocento un giovane Stalin (all’epoca noto solo come Soso Džugašvili) nel seminario georgiano di Tiflis, insieme ad aspiranti preti e immerso nello sgradevole e persistente odore di incenso?

Sembra un paradosso, ma nel 1893 quello che sarebbe divenuto uno dei più sanguinari dittatori di sempre frequentava con profitto un collegio ecclesiastico molto simile a una pubblic school dell’Inghilterra vittoriana, risultando persino il più brillante corista del corso.

Evidentemente, la strada del futuro dittatore non coincideva però con rigidi riti liturgici e salmodie cirilliche, e presto la storia si sarebbe fatto carico di dimostrarlo. Una volta al potere, e come molti altri despoti, Stalin si sarebbe infatti dedicato a distruggere ogni prova di tutta la sua giovinezza.

L’oblio, durato più di un secolo, è ora infranto dalla dettagliata biografia del Giovane Stalin a firma dello storico inglese Simon Sebag Montefiore, che Longanesi pubblica nella collana diretta da Sergio Romano. Grazie a numerosi documenti custoditi negli archivi georgiani, Sebag racconta una storia che sembra tratta da un romanzo di appendice: rapine in banca, racket delle protezioni, amori inconfessati, figli illegittimi, incendi dolosi e assassini. Nella vita del dittatore sovietico non manca nulla: al suo confronto, un Rocambole è destinato a passare per un noioso salottiero.

Ma il saggio dello storico inglese restituisce anche una certa credibilità al profilo intellettuale del despota, incrinata dal giudizio al vetriolo di una delle sue vittime, Trockij, per il quale Stalin era solo una “mediocrità” provinciale.

“Se questo è vero – si chiede Sebag – come si spiega che una tale ‘mediocrità’ sia riuscita a impadronirsi del potere e ad avere la meglio su politici di grande talento come Lenin, Bucharin e lo stesso Trockij, e a tenere insieme il programma di industrializzazione, la selvaggia guerra contro i contadini e lo spaventevole Grande Terrore?”.

Nelle oltre cinquecento pagine, la biografia Longanesi si fa carico di rispondere alla contraddizione, tracciando un ritratto più complesso e persino più feroce dell’immagine che la vulgata storica ci ha consegnato. Il risultato? Un mix di spietata violenza, mentalità clanica, fiuto politico unito a una certa sensibilità intellettuale.

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