Cento anni fa nasceva Ennio Flaiano: i suoi libri imperdibili

Ennio Flaiano insieme a Vittorio Gassman (Lapresse)

Ennio Flaiano insieme a Vittorio Gassman (Lapresse)

A Ennio Flaiano, come a pochissimi altri scrittori e intellettuali del Novecento nostrano, la morte ha fatto uno strano effetto. Intorno alla metà degli anni ’70 (è scomparso nel ‘72) , e in preda a convulsioni ipercelebrative, buona parte dell’establishment ne fece subito un santino letterario. Tutti lo citavano, tutti ne erano innamorati, tutti sembravano conoscerne a menadito gli aforismi e i mottetti arguti.

In poche parole: dopo anni di letargo, lo scrittore nato a Pescara risorse. In pochi mesi furono recuperati e antologizzati centinaia di articoli di critica cinematografica, venne valorizzato il suo lavoro di sceneggiatore (moltissime le pellicole a cui collaborò, tra cui Vacanze romane di William Wyler e Otto e mezzo di Federico Fellini), andarono in stampa diversi libri postumi.

Poi, e per un lungo periodo, più niente: divenne uno degli autori più citati e meno letti, e scomparve nella caligine del bla bla politicamente corretto. Il centenario della nascita, che ricorre oggi 5 marzo, è allora l’occasione buona per tracciare un consuntivo al netto del solito birignao radical-chic germogliato suo malgrado intorno allo scrittore di Pescara, anche perché, dopo una fase di sana decantazione letteraria, la sua opera è stata nel frattempo pubblicata da Adelphi.

Flaiano è stato un talento puro della letteratura italiana del Novecento. E come i pochi geni (difficile non accostarlo a uno dei suoi mentori, Leo Longanesi), la sua intelligenza è stata sfuggente, arguta, masochistica ed evanescente.

Ciononostante, i pochi libri andati alle stampe ci danno un’idea piuttosto definita del suo calibro letterario. Il Flaiano di Tempo di uccidere (il più bel romanzo italiano dell’immediato Dopoguerra) è, ad esempio, un Flaiano a diciotto carati: amaro, malinconico, imperniato di un male di vivere ma salvato da un’ironia carsica e per niente compiacente. Per questa ragione, definirlo, come qualcuno pure ha fatto, un romanzo anticoloniale (è ambientato durante la guerra d’Etiopia del ’36) è didascalico e riduttivo: è infatti uno dei pochi libri italiani che si possono definire europei, in grado di competere con i capolavori di Graham Greene e Albert Camus.

Ma il vero Flaiano si ritrova anche in Una e una notte, un distico di racconti, che per l’autore sono “le facce di una stessa medaglia: vanno insieme, ma l’uno sarebbe sorpreso di leggere l’altro, tanto differente. Un po’ di esperienza ci insegna che pari e dispari sono segnati sullo stesso dado e che il dramma e la farsa a vicenda un personaggio indeciso o semplicemente mediocre”.

Nel primo, il protagonista è un aspirante scrittore e giornalista suo malgrado, che si ritrova a vivere un’esperienza surreale: inviato dal proprio direttore come osservatore dell’atterraggio di un disco volante, finisce ostaggio di alcuni extraterrestri fino ad esserne cacciato per una malintesa molestia ad una degli alieni. Il personaggio principale dell’altra storia fa invece il nome di Adriano e pure lui è uno scrittore in crisi.

I due racconti sono due piccoli capolavori che, come una lama nel burro caldo, affondano nell’autobiografia dello scrittore di Pescara, lasciando un solco inconfondibile. “Uno dei motivi, forse il principale – scrive Flaiano - che faceva di Graziano uno scrittore inedito era la sua ripugnanza a scrivere. Il tavolo, la penna, la pagina bianca da riempire: ecco gli strumenti di una tortura che rinviava di giorno in giorno, affidando le sue fantasie alla sua memoria o, peggio, disseminandole in quadernetti, in uno stile conciso che non tardava, sfumata l’ispirazione, ad ammantarsi di mistero”.

Flaiano è tutto qui: un moralista laico – come lo ha definito Alberto Arbasino – “in grado di travestirsi da gran frivolo per far intendere le cose più serie”.

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