
La nuova murder ballad di Nick Cave, crooner australiano dalla statura artistica pari a un Tom Waits, è una storia di oltre 250 pagine: La morte di Bunny Munro (Feltrinelli).
Mentre il suo primo romanzo (And the ass saw the angel, mai tradotto in Italia, di cui è uscita una bella riedizione per collezionisti nel 2008) aveva avuto una tormentata gestazione durata più di tre anni, la seconda prova narrativa sembra nata sotto il segno della leggerezza creativa.
Scritta in sei settimane nel corso del tour, in hotel, in camerino, in bus, consacra nell’olimpo letterario un artista maturo che a 52 anni può ancora vantare una straordinaria prolificità. Cantante, musicista, autore di colonne sonore e scrittore, Nick Cave è anche pittore e, naturalmente, attore (guardate l’inquietante primo piano in quarta di copertina, con i baffoni a manubrio e il grandguignolesco ghigno).
“Mi stanno facendo a pezzi, amica mia / E mentre mi conducono alla mia fine / Devo già dirti addio? / O potrò rivederti presto? Se quel che si dice da queste parti è vero / Allora ci incontreremo ancora / Tu e io”.
C’è tutta la storia di Bunny Munro in questi versi presi da Idiot Prayer (The Boatman’s Call, 1997), solo che qui vittima e assassino coincidono. “I’m damned”, la frase che apre le danze, pesa come un macigno in un crescendo di disagio anche per il lettore. Ossessionato dal male e dai “semi cattivi”, dalla Cristologia e dall’Antico Testamento, dal sesso in tutte le sue varianti, claustrofobico perfino nel trattare gli spazi aperti, Cave sacrifica qui l’asciutta scintilla del songwriting per dilungarsi sulle sordide abiezioni di Munro, venditore porta a porta di creme di bellezza.
Dalla prima riga fino alla barocca, onirica conclusione con il pubblico delle prede femminili a cui chiedere platealmente scusa, Munro “il coniglio” vive on the road su una zozza Punto dal motore catarroso (sotto il sedile, un calzino sempre pronto a contenere eiaculazioni frutto di improvvisi attacchi di priapismo), scarrozzando anche il figlio orfano su un tragitto di desolante degrado e dissoluzione psicofisica.
Disagio, dicevo. Perché, misoginia o no, il totem indiscusso di questo racconto è la vagina (preferibilmente quella di Avril Lavigne, ma vanno bene un po’ tutte). Nick Cave è maestro di morbosità voyeuristica nella classica accoppiata sesso-violenza e, senza scomodare il dottor Freud, come pochi è capace di analizzare lo spirito autodistruttivo nei dettagli, evitando ogni giudizio o giustificazione. Lo si coglie appieno nella versione multimediale del libro, da leggere, ascoltare e guardare (www.thedeathofbunnymunro.com), con colonna sonora a cura dello stesso Cave con il fido Warren Ellis dei Bad Seeds.
“Metti Cormac McCarthy, Franz Kafka e Benny Hill insieme in un alberghetto sul lido di Brighton e potrebbero venirsene fuori con Bunny Munro.” È la divertente suggestione con cui Irvine Welsh, l’autore di Trainspotting, ha descritto l’ars narrandi dell’australiano, da altri accostato più banalmente a Bukowsky.
In effetti Cave dà voce all’animo umano non solo in forma di tenebrosi fantasmi, alternando alla prospettiva del protagonista eponimo quella del figlioletto di nove anni, malaticcio, intelligente e sensibile. E il rapporto fra padre e figlio cambia la chiave di lettura. Tenendo in grembo come una coperta di Linus l’enciclopedia che gli regalò la madre prima di morire, sul sedile posteriore Bunny jr. legge il mondo al padre, aspettando invano una risposta.
E tuttavia, come ha spiegato lo stesso autore, “quando il padre torna dopo aver compiuto in giro le peggiori porcate, davanti agli occhi del figlio rimane sempre un eroe”. L’amor filiale capace di aprirsi un varco negli abissi della follia è l’unica, ancorché utopica, àncora salvifica del racconto, con un’eco autobiografica: la paternità ha forse salvato lo stesso Cave dal precipizio autodistruttivo verso cui sembrava lanciato.
- Mercoledì 10 Marzo 2010

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Commenti
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Il 19 Marzo 2010 alle 10:37 agneseriva ha scritto:
volevo segnalare che il suo primo romanzo era già uscito in Italia, perchè l’ho letto. Non ricordo l’editore, forse era Mondadori.
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