Safran Foer? Uno scrittore ruspante. Intervista alla traduttrice italiana

Jonathan Safran Foer (Basso Cannarsa / Blackarchives)

Jonathan Safran Foer (Basso Cannarsa / Blackarchives)

“Tradurre è il lavoro per eccellenza della invisibilità. Se si chiedesse a dieci lettori forti, dall’orecchio esercitato sugli stili di scrittori, poeti o saggisti letti in traduzione, di citare i nomi dei traduttori di queste opere, pochi saprebbero dirlo.”
Così risponde Irene Abigail Piccinini, traduttrice del polemico saggio-inchiesta di Jonathan Safran Foer Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?,(Guanda), e aggiunge che il mestiere del «translator» è proprio quello di impossessarsi di uno scrittore, di inserirsi nella sua pelle e esporre il testo come lo scriverebbe l’autore stesso se conoscesse l’italiano.”

Ci sono state difficoltà per tradurre il pamphlet di Foer?
No, solo dubbi minimi e molto banali, faccio un esempio: “my best friend”; il termine friend, amico in  inglese può rappresentare sia un uomo o una donna, perché non specifica il sesso. Di qui il ricorso a un chiarimento con l’autore avvenuto sempre tramite agente.
Invece come traduttrice, proprio perché questo mio lavoro porta a  analizzare il testo con una lente di ingrandimento, ho potuto rilevare alcune imprecisione bibliografiche, subito segnalate.

Nel libro si toccano ambiti molto diversi, dalla narrazione ebraica famigliare, all’inchiesta sugli allevamenti o la macellazione. Come si è trovata con le diverse specificità linguistiche?
Mi sono fatta una vera cultura su macelli e macellazioni in Italia. Ho dovuto approfondire come si chiamassero le varie zone del macello,  le azioni che venivano svolte nei reparti, e poi impadronirmi della terminologia sulle tecniche di macellazione. È stato più difficoltoso trovare i termini specifici per l’allevamento dei pesci. Si pensa sempre di sapere la propria lingua madre, perché generalmente se ne fa un uso passivo. Poi nel momento della traduzione ecco che “mancano” le parole. Chi traduce deve trovare un lessico attivo e creativo, perché la resa linguistica sia specifica a seconda dei contesti.

Come si è documentata?
Prima di sprofondare nella ricerca della terminologia italiana sull’allevamento intensivo e sulla macelleria, ho letto la bibliografia inglese su tutti questi argomenti  segnalata dallo stesso Foer, cominciando dal saggio di Micheal Pollan, In Difesa del Cibo.
Insomma per tradurre  ci si deve mettere in parte, come un attore o un interprete musicale. E risolvere un testo come quello di Foer, dove non c’è demarcazione fra il romanzesco e l’inchiesta, è stato come cercare di mettere insieme un puzzle particolarmente complicato.

Qual è la sua posizione rispetto a quello che si dice nel libro, si è sentita vicina alle tesi di Foer?
Un traduttore spera sempre di trovare un testo con cui abbia una sintonia. E qui mi reputo fortunata ad avere una casa editrice [Guanda ndr] attenta alle consonanze tra traduttori e libri da volgere in italiano. Ebbene, io sono vegetariana e questo mi ha molto facilitato.
Mi ero già posta una serie di domanda sul cibo, affrontate anche attraverso i miei studi filosofici. Non avevo un approccio piatto ai temi di Foer. Certo, possono capitare altri testi da tradurre, ma quando un libro ha tesi forti come quelle di Foer, avere delle consonanze aiuta.

Quanto ci ha messo a tradurlo?
All’incirca tre mesi e mezzo. Il lavoro del traduttore è intensivo, come l’allevamento in batteria. Ma l’esito deve essere ruspante.

Commenti

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Il 20 Luglio 2011 alle 11:08 L’arte di ricordare tutto: a settembre arriva in Italia l’ultimo dei fratelli Foer | Vivi Fiano Romano ha scritto:

[...] Lui si chiama Joshua, ha un fratello di nome Jonathan, che di mestiere fa il romanziere (leggi l’intervista di Panorama.it), e uno di nome Franklin Foer, che invece fa l’editor. Tutti, all’anagrafe hanno il cognome di [...]

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