Conglomerati: il degrado di un’epoca nei versi di Andrea Zanzotto

Particolare della copertina del volume Mondadori

Particolare della copertina del volume Mondadori

“E in asso per un istante lascio ogni me stesso”: la voce di Andrea Zanzotto, personalità eminente della poesia mondiale, rischiara come una giornata di sole nel mezzo di un inverno brumoso. I versi che formano il groviglio poetico della sua ultima opera, Conglomerati (Mondadori), sono frutto di una visione ispirata che plasma suoni e immagini sempre nuovi ma nel contempo insegue e stimola la nostra coscienza di custodi della terra.

Il ritmo alterato delle stagioni incontra il poeta in preda alle vertigini sul vuoto. Dimensione soggettiva e oggettiva convergono in una precarietà terribile: “luridi misirizzi fulminati”, ecco a cosa somigliamo in questo tempo, a quei pupazzi ovoidali che tendono a ritornare meccanicamente nella posizione di partenza. D’altra parte nel suo “losco cambio di marcia” il tempo non mantiene mai le promesse. È “tappeto marcio di futuro”, cristallizzato in un numero infinito di nanosecondi. È “usuraio feroce” e nella sua morsa ci dibattiamo tutti. Intanto la natura saccheggiata depredata e depressa vive nel ricordo dei suoi albori, come  il “vigore spento di tre vulcanelli in fila che eruttarono fuoco/e di quel fuoco scomparso/resta come un’aura, in loro e intorno a loro e nel cielo.”

Eppure nella dialettica fra uomo, natura e tempo lineare, nello scenario muto dominato da un progresso fuori controllo, il poeta alza il suo canto a ciò che la natura conserva della sua bellezza, anima e residua supremazia. Nell’umiltà dell’elleboro, del papavero e del topinambur, vegetali-icone dell’opera di Zanzotto, nell’acuminata vacuità delle galaverne sono le “delizie in cui s’insinua il sublime”. E fra gli orrori dell’oggi, fra le pieghe della senectute germinano perle di ribellione civile e inviti alla resistenza, malgrado i partigiani sopravvissuti siano rosi ormai dall’Alzheimer: con puntuta ironia i “crimini diventano acronimi”, gli “alibi abili”,  la poesia stessa “confidenziale colpo di gomito alla morte”.

La statura di Zanzotto emerge, anzi trabocca dalla molteplicità di un’esperienza linguistica lunga più di mezzo secolo, dalla feconda dialettica fra parola poetica e fonazione. All’alba dei novant’anni, anziché depurare il verso alla ricerca della parola perfetta il Poeta continua a “infettarlo” di un brulichio di rumori, fonemi, cascami sonori, assonanze e dissonanze, onomatopee e disegni, latino, dialetto, inglese e perfino errori di ortografia (accettati sulla pagina purché abbiano una funzione, come spiega il Poeta nella bella intervista rilasciata ad Angela Pederiva).

Dal suo inconscio – in cui è sedimentata la memoria di una straordinaria cultura che si mescola a una formidabile vivacità intellettuale – fluisce ancora un dire pre-edipico, sottratto alla simbolizzazione, che nel contempo è vaticinio lavoratissimo in sapiente alternanza di chiarezza e oscurità. Insomma, come ha scritto Stefano Agosti, Zanzotto ci offre un vino “pieno di depositi sul fondo del bicchiere, e questo attesta la genuinità del suo vino”. Qui ne intravediamo anche il diverso grado di invecchiamento e stagionatura: ci sono liriche presentate in più versioni, ciascuna in sé compiuta – o incompiuta, fa lo stesso.

Uno degli aspetti più luminosi dei Conglomerati è l’acuta percezione dei cambiamenti epocali. “Inciampando nel terzo millennio e nell’equinozio di primavera”, il poeta di Pieve di Soligo torna nei luoghi che frequentava da bambino, stravolti dalla globalizzazione, invasi dalle “grulle gru”, dai cantieri che li hanno resi irriconoscibili.

I mutamenti climatici e la distruzione della cultura contadina, l’urbanizzazione selvaggia, la disoccupazione e la miseria del mondo sono affrontate con umile e precisa consapevolezza. Senza distacco. Inglobando anzi nella trama poetica le icone del villaggio globale, come “google che maligno come il sole e suo parente/tutti ci globalizza in peste”. E con le antenne pronte a captare un segnale di speranza, in ogni fiore che sboccia dietro i “cento capannoni puzzolenti”.

Commenti

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Il 1 Gennaio 2011 alle 11:46 acquacontrocorrente ha scritto:

“…anziché depurare il verso alla ricerca della parola perfetta il Poeta continua a “infettarlo”…”. Parola chiave: infettare! Troppa poesia moderna è infetta, dunque malata, dunque molto più artificio che arte.
Perché ricorrere a studiati espedienti, a errori addirittura, per scrivere “versi”? La poesia non è “La settimana enigmistica”, e purtroppo Zanzotto si è cimentato spesso con il cattivo gusto. Non si possono condividere certi “esperimenti”, che portano verso un oscuro e pesante barocco. Che senso ha giustificare un’espressione (nel nostro caso “incesti di freddi”) sostenendo che si tratta semplicemente di “un suono nuovo, impossibile, che pure in poesia si produce”?”. Ha un bell’affannarsi la critica a parlare di grandi poeti, di poeti insigni… Il ‘900 non ha grandi poeti, dunque grande non è nemmeno Zanzotto, specialmente quando “arruffa” versi come “eppure negli alti livelli / sopra il coma e il semicoma e il limine / si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola / - ancora - per una minima e semiminima / biscroma semibiscroma nano biscroma / cose e cosine…” Cerchiamo di essere seri. Probabilmente coglie nel segno l’articolo presente nel sito di Dettaglitv, dal titolo “La NEOpoesia, molto più NEO che poesia”.

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