Quando la rivoluzione era “dietro l’angolo”: L’America e gli anni ’70 nel memoir di Said Sayrafiezadeh

Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard. Particolare della copertina

Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard. Particolare della copertina

Inserito dal New York Times fra i “magnifici dieci” del 2009 e ora tradotto in Italia per Nottetempo, Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard è il felice esordio di Said Sayrafiezadeh, scrittore e drammaturgo figlio di un iraniano e un’ebrea statunitense votati alla causa del socialismo, classe (of course) 1968.
Tratto da una frase del libro, il titolo non rende piena giustizia a questo romanzo autobiografico (nemmeno quello originale, When Skateboards Will Be Free, che pure è meno ammiccante e “didascalico”). È unidimensionale. Non ne evoca le atmosfere delicate e meditative, intrise di dolore dolcezza rabbia tenerezza e tuttavia temperate da un’ironia che permette all’autore di tenersi a una certa distanza dal racconto della sua vita, e di socializzare invece con il lettore – come quando si scusa per essere costretto a portare un cognome che sembra uno scioglilingua.

Said cresce nei sobborghi di New York e Pittsburgh nella povertà autoinflitta alla famiglia dalla madre Martha, membro del Partito dei Lavoratori Socialisti, costola trotzkijsta del partito comunista americano. Il padre, iraniano, interpreta la militanza in maniera più estrema e radicale, tornando in patria per combattere contro i khomeinisti ma conservando con la vita anche un legame più ludico e godereccio. Un padre egoista e assente dalle cui scelte intransigenti madre e figlio continueranno però a rimanere succubi anche una volta che avrà abbandonato per sempre la famiglia.

La storia di Said è narrata su più livelli, ed è questo a renderla speciale. Con naturalezza, la voce del bambino si mescola a quella dell’adulto in una sorta di flusso di coscienza a due voci. Noi leggiamo il Said bambino attraverso gli occhi dell’adulto, che tuttavia riesce a guardare il mondo, la sua famiglia e dentro se stesso, con lo sguardo interiore del bambino.

Un bimbo che aderisce allo strampalato mondo “comunitario” in cui si trova immerso – fra collettivi, riunioni, cortei, armadi che traboccano di copie del Militant, il giornale di partito – per amore della famiglia, per sentirsi accettato. Attorno palpita un mondo di merci e attrazioni, di coetanei da conquistare, da cui si sente attratto e da cui vorrebbe essere ugualmente accettato. Ma è il mondo borghese (lo skateboard, uno dei suoi simboli), i desideri sono proibiti e ogni trasgressione è vissuta come un peso sulla coscienza.

La storia di un mondo così alieno, con punte di folle estremismo e tanti lati perturbanti e oscuri (vedi la violenza subita da un “compagno” e coperta dal partito), è anche l’eterna storia dell’infanzia tradita. Di quando il mondo adulto è troppo impegnato a seguire le proprie passioni. Di quando un bambino non capisce ma si sente, irriducibilmente, solo. Umiliato. Escluso. Eppure resiste, ce la fa. E trova, tanti anni e tante sedute psicanalitiche dopo, la voglia di raccontare.

Raccontare e ripensare gli anni ’70 dalla parte dei figli di “chi c’era”. Un viaggio nella memoria che è coraggiosamente iniziato anche nel nostro paese con alcuni memoir da togliere il fiato (Anna Negri – figlia di Toni – autrice di Con un piede impigliato nella storia, Leonora Sartori con La forma incerta dei sogni, per citarne solo un paio). La sensazione, in tutte queste storie, è di una profonda esclusione generazionale.

Come se chi ha combattuto per cambiare il mondo avesse lasciato in eredità ai figli il miraggio della propria, ingombrante, assenza. L’intelligenza, la cultura, ma non gli strumenti per costruirsene una propria, di passione.

Said Sayrafiezadeh intanto si è sposato e lavora presso una miliardaria del design. Dopo questo libro, il padre gli ha tolto il saluto.

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