
A dio spiacendo: particolare della copertina del libro di Auslander
Dio. Morte. Vergogna. Sensi di colpa. Parole come pietre, che cadono “come un masso sul piccolo cranio primitivo” di molti di noi, specie di chi è stato educato nella cultura di un dio vendicatore e pronto a tutto pur di non fartela passare liscia.
Ne sa qualcosa Shalom Auslander, tra i più arguti e divertenti narratori ebrei americani contemporanei, che da tempo ha messo a fuoco il proprio mirino narrativo sugli eccessi e i paradossi nati dalla zelante applicazione dei precetti religiosi.
I lettori italiani lo conoscono già per un ironico romanzo, Il lamento del prepuzio, pubblicato da Guanda un anno fa. Auslander fa ora la sua ricomparsa nelle librerie nostrane con una raccolta di racconti, sempre edita per i tipi dell’editore del gruppo Mauri Spagnol, e significativamente intitolata A dio spiacendo.
I temi sono più o meno gli stessi di quelli trattati dalla sua precedente opera. Stavolta, però, l’ambizione è più giocosa e, al tempo stesso, più impegnativa. Nei quattordici racconti dell’antologia, Auslander traccia infatti un paesaggio mobile, quasi grottesco, e rende il lettore testimone di uno spaccato finora misconosciuto: quello dell’ortodossia religiosa occidentale.
L’anamnesi satirica dello scrittore americano non è però condotta con spocchia o con alterigia. Seguire così i poveri devoti alle prese con un dio volubile e capriccioso, che si scomoda persino per punire la resistenza di qualche peccatore renitente, non ha nulla di irreverente o, peggio, di blasfemo.
Piuttosto, finisce col tradursi in un ironico invito al realismo e alla leggerezza. A dio spiacendo, naturalmente, o almeno a quel dio descritto dal curaro di Auslander.
- Mercoledì 21 Aprile 2010

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