Diario di un cazzeggiatore, Samuel Benchetrit

Samuel Benchetrit

Samuel Benchetrit

“Non ero in ottimi rapporti con la mia mente. Visto che non la usavo mai.” Roman Stern protagonista del Diario di un cazzeggiatore (Perrone Editore) di Samuel Benchetrit (compagno di Marie Trintignant, morta poi tragicamente, e di Anna Mouglalis), vive secondo il motto di Vasco Rossi, “oggi voglio stare spento”, ma è un oggi spalmato su tutti i giorni dell’ esistenza.

Roman è un vero seguace della filosofia “fancazzista”, quella nota corrente di pensiero che conta numerosissimi adepti, improntata al sincero desiderio di fare un… niente e alla voglia di lavorar…saltami addosso, tutto condito nella sotterranea speranza di esser parassiti “neutramente” felici. Ma purtroppo per Roman, forse il suo corpo?, il suo sguardo forse? emanano una capacità, una virtù vissuta dal protagonista il più passivamente possibile, ma a cui non può sfuggire: insomma appena la gente gli si avvicina, scatta una sorta di fluido calamitante e per lui calamitoso, o forse meglio, i più presi da un impulso irrefrenabile vedono in lui una sorta di tubo di scarico in cui rovesciare tutti quei magoni che la vita imbandisce, quei castranti rimuginii e malumori che condiscono il viver quotidiano.

In un modo grottesco e surreale l’esilerante protagonista, un po’ capro espiatorio alla Ben Malaussene di Pennac, un po’ Alexander Portnoy di Philp Roth, soprattutto nel racconto della sua giovinezza così legata all’innalzamento del prepuzio, ha una trovata; solo l’idea di avere un’idea lo sconvolge per un po’ ma poi, ecco la creazione della “Società delle lamentele”, insomma una sorta di psicanalisi da bar della banlieue, la periferia parigina fra degrado e cattiva integrazione dove vive il protagonista.

L’ unica azione che Roman compie durante le sedute è ascoltare i pazienti con gli occhi spalancati e partecipativi. I piagnoni fanno tutto da soli, si lamentano, lamentano e il successo della Società è grande.

Ma il lavoro fa male, soprattutto se si vuole a un certo punto esser buoni Samaritani con chi non vuole assolutamente lamentarsi e salvarsi. E così Roman conosce il dolore, che gli sta dentro il corpo come un organo dolente e allora abbandona tutto, torna ad esser un picaro lontano dalla frenesia anche dal successo delle lamentazioni, in fondo è più saggio star lì a cazzeggiare e vedere la corsa felice di un cane dopo che ha fatto i suoi bisogni e osservare che “Se gli esseri umani corressero così in fretta dopo aver fatto la cacca, ci sarebbero sempre dei mucchi di merda davanti ai blocchi di partenza dei centometristi.”

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Il 21 Aprile 2010 alle 14:33 Panorama News 21 aprile 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:

[...] Diario di un cazzeggiatore, Samuel Benchetrit [...]

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