
Corteccia e foglie di B. caapi (Credits: Io Pan, erowid)
“Un’incontrollabile idiozia meccanica si è impossessata di me. Ripetizioni ebefreniche prive di senso. Esseri larvali mi passavano davanti agli occhi in una foschia azzurra e ognuno lanciava uno strido osceno e beffardo…” Tra spasmi, vomito e allucinazioni si accende lo sballo provocato dallo yagé, una droga usata in origine dagli sciamani per indurre la trance telepatica. William S. Burroughs e Allen Ginsberg ne fecero infuocata materia di un carteggio divenuto poi un libro, Le lettere dello yage, ripubblicato ora da Adelphi.
Come spiega il curatore Oliver Harris nell’introduzione, questa nuova edizione è la sintesi di un minuzioso lavoro di studio e ricerca che raccoglie l’epistolario virtuale fra i due sodali della beat generation, durato una decina d’anni dal 1953 al 1963. Virtuale perché le lettere potrebbero non esser mai state spedite, e in ogni caso il materiale fu successivamente rielaborato con aggiunte, postscritti, note. Ginsberg rispose con sette anni di ritardo. Ma la sua qualifica di coautore è quantomeno discutibile, dato che il contributo si limita a un paio di ermetici stream of consciousness in cui con la consueta prosa debordante documenta gli effetti visionari e “cosmogonici” dello yagé.
Burroughs era partito per il Sudamerica nel 1953, nel solco di una vita vissuta pericolosamente. Aveva da poco dato alle stampe una sconvolgente e “lucidissima” testimonianza sulla tossicodipendenza, La scimmia sulla schiena, e anelava a un medium psichedelico che gli restituisse la visione suprema, liberandolo dalla malattia dell’eroina.
Individuatolo nello yagé (o ayahuasca, com’è chiamata dagli indios), una pianta allucinogena all’epoca pressoché sconosciuta in Occidente (Banisteriopsis caapi), giunge a Bogotà e si accoda a una spedizione capitanata dal leggendario botanico ed esploratore di Harvard, Richard Shultes. La meta è il Putumayo, misteriosa regione amazzonica al confine fra Colombia e Perù dove nel fitto della giungla la liana può raggiungere anche i 18 metri di lunghezza.
Il viaggio è avventuroso e permette a Burroughs di riversare il suo cinismo privato e narrativo (con inevitabili rigurgiti vagamente post coloniali) sul coacervo umano dell’America Latina, dalla polizia invadente e corrotta agli indios scansafatiche e corruttibili, ai brujos, gli stregoni più cialtroni che guaritori. È grazie a uno di loro, comunque, che sperimenterà i poteri del m(ef)itico intruglio, i cui effetti sono diversi a seconda della preparazione e delle foglie usate come additivo.
Al lettore lo sgomento e il piacere di districarsi fra i labirinti della mente in preda alle allucinazioni. Ma come acutamente sottolinea Harris nell’introduzione, dietro la veste di picaro tossico e perdigiorno Burroughs nascondeva la stoffa di un autentico ricercatore, sia pure non convenzionale.
Spicca fra gli inediti allegati alle missive di Burroughs un grottesco ritratto del presidente Roosevelt dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Lo scrittore libera le briglie della sua fantasia perversa e corrosiva per costruire un’irresistibile satira antipresidenziale, con Roosevelt nei panni di un vecchio depravato che costringe i membri del suo staff (Annie il Pippaiolo, Lonny il Pappone, il travestito Lizzie, Luke pescegatto e via dicendo) a sottoporsi a rapporti sessuali con un babbuino “dal culo violaceo”. Le gesta del presidente sono tanto abiette e sfrenate che “uno prova vergogna solo a parlarne”. Invece Burroughs ci sguazza, spargendo veleno sul Sistema: “Uno dei suoi primi atti è stato quello di bruciare tutti i documenti a Washington; i burocrati si sono gettati tra le fiamme a migliaia”.
Il viaggio “spazio-temporale” indotto dallo yagé che Burroughs sperimentò in Sudamerica, ovvero l’espansione della coscienza secondo i proponimenti della beat generation e la conseguente decostruzione della realtà (o della sua illusione), è il fine di una ricerca esistenziale/intellettuale ma anche la base di una tecnica sperimentale di scrittura che darà i suoi frutti nel 1959 con Il pasto nudo. Libro rivelazione per la cultura alternativa e underground dei ’60, frutto della rielaborazione di una sterminata mole di materiale condiviso sempre con Ginsberg, non smette di esercitare la sua influenza su poeti, scrittori, cineasti da un capo all’altro dell’oceano.
- Lunedì 3 Maggio 2010

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