
(Credits: courtesy of the Philip K. Dick Trust)
Prima o poi, chiunque prova a tenere un diario. A volte rimangono pochi pensieri scribacchiati per soffiar via la noia in giornate piovose, altre diventa un rito quotidiano che può accompagnarti tutta la vita. Quando poi si parla di uno scrittore di fantascienza che passa le giornate segregato in un capanno a intessere intricatissime storie al ritmo di tre romanzi all’anno, quello che era cominciato come un diario potrebbe trasformarsi in un’opera mastodontica.
Il “diario” di Philip Kindred Dick è una torre di ottomila e passa pagine, un caleidoscopio di disserzioni filosofiche, lisergiche paranoie e disperati messaggi in bottiglia accatastate alla rinfusa in una vita segnata dal tormento e dalla precarietà. Le tematiche sono le stesse che hanno accompagnato la carriera dell’autore di A scanner darkly: il concetto di realtà, il diverso (sia esso straniero o androide), la religione, la politica, la distopia e altro ancora.
Chi conosce bene Philip Dick lo sa (conoscere = dai dieci romanzi letti in su), l’autore custodiva tra le pareti del suo cranio un mondo molto più visionario e intriso di paranoia di quelli che ha felicemente intrappolato su carta nella sua sterminata produzione narrativa. Chi ha letto l’ottima biografia di Emmanuel Carrère sa anche che quelle che potrebbero sembrare raffinatissime costruzioni fantascientifiche (è il caso di Tempo fuor di sesto, Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldridge, ma anche lo stesso La svastica sul sole) in realtà non erano altro che una trascrizione in forma romanzata delle paranoie che infestavano la prolifica mente dell’autore. Nella sua Esegesi ha fatto lo stesso, ma per una volta ha lasciato da parte la cornice narrativa che serviva traghettare le sue costruzioni fino agli scaffali delle librerie (e a mettere in tasca denaro appena sufficiente a mettere il pane in tavola), per rovesciare su pagina l’intero contenuto del suo cranio.
Il risultato è una sorta di moderno Zibaldone, con la differenza che se il “diario” di Leopardi consisteva in 4000 pagine di pensieri vergati a caldo, quello di Dick è lungo esattamente il doppio ed ha una lucidità tale da risultare ancora oggi incredibilmente attuale. Per digerire, editare e, in sostanza, rendere commestibile una mole enciclopedica come Esegesi è stato chiamato un curatore d’eccezione, l’autore che più di tutti si è ispirato a Dick, Jonathan Lethem.
“Exegesis non è un libro nel senso stretto del termine, non può nemmeno essere considerato come un singolo manoscritto” ha spiegato Lethem al New York Times “è una sorta di personale laboratorio di indagine filosofica, un collage di sessioni di scrittura notturne. Si tratta di un’opera assolutamente stupefacente, è brillante, è ripetitiva, è contradditoria. E potrebbe addirittura contenere il segreto stesso dell’universo.“
Del resto, l’autore lo scrive proprio nell’Esegesi “Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. Il cuore della mia scrittura non è l’arte, ma la verità.”
- Martedì 4 Maggio 2010

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Il 5 Maggio 2010 alle 14:12 Kataweb.it - Blog - TERZAPAGINA, articoli selezionati da magazine e pagine culturali dei quotidiani » Blog Archive » Il diario di Philip K. Dick ha scritto:
[...] da Panorama.it [...]
Il 6 Agosto 2010 alle 12:24 H. P. Lovecraft resuscita sul grande schermo, grazie a Guillermo Del Toro e a James Cameron - Libri - Panorama.it ha scritto:
[...] nel 1937, praticamente sconosciuto al grande pubblico. Ora, come è successo per Robert E. Howard e Philip K. Dick, lo stesso romanzo che lo aveva quasi convinto a poggiare la penna per sempre, verrà portato nelle [...]
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