Trent’anni “Senz’anima”: l’Italia vista da Massimo Fini

Massimo Fini (Credits: Ferraro/Ansa)

Massimo Fini (Credits: Ferraro/Ansa)

Giuliano Amato? “Uno straordinario specialista del surfing politico”. Emma Bonino? “Una guerrafondaia dai purissimi e santi intendimenti”. Michele Santoro? “Un miles gloriosus che confonde il proprio ombelico con quello del mondo”.

Da anni, forse da più di un ventennio, Massimo Fini è considerato la penna più polemica e acuminata del giornalismo nostrano. La definizione è diventata un cliché inossidabile e ha finito con l’assumere presto un suono quasi liquidatorio per coprire l’imbarazzo delle sue prese di posizioni.

Fini non può essere definito un progressista perché qualsiasi idea di progresso gli ripugna e non è di certo un conservatore perché, nonostante maneggi con familiarità certi padri nobili della cultura occidentale, ritiene che la democrazia sia solo un sistema di oligarchie organizzate.

Non è protestante (chiedetegli cosa pensa di Max Weber) né cattolico (ha in uggia qualsiasi visione che abbia pretese di universalità). Si potrebbe allora presentare come un Ribelle, mutuando il titolo di uno dei suoi più fortunati libri, ma la definizione sarebbe troppo generica e suonerebbe in qualche modo riduttiva.

Il senso di spaesamento nel tracciarne un breve ritratto utilizzando le solite definizioni o i monosillabi del politicamente corretto riaffiora con insolita intensità leggendo Senz’anima, una raccolta di articoli pubblicata pochi giorni fa da Chiarelettere.

Le antologie di testi già editi risentono quasi sempre di un puzzo insopportabile: pleonastiche, autoreferenziali, destinate esclusivamente a lettori fanatizzati. In una parola, inutili. Senz’anima, allora, è un’eccezione: se si escludono i riferimenti posti in calce a margine di ogni articolo, il libro di Fini è davvero un saggio compatto, coerente e, insieme, molto spiazzante.

Nelle poco meno di cinquecento pagine della raccolta, il giornalista mena fendenti a destra e a manca. E aldilà delle formidabili “Stroncature”, che ricordano quelle scritte circa un secolo fa da un’altra prima lama del giornalismo nostrano, finisce col tracciare un caustico ritratto degli ultimi trent’anni.

Un Paese senza, lo avrebbe definito Arbasino. “Un’Italia ipocrita, pronta a commuoversi su tutto, solo per potersi autocompiacere della propria commozione” ha invece scritto, con tono più amaro e distaccato, il “ribelle” Fini.

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