
L'altalena del respiro, particolare della copertina
Pensato in origine come racconto a quattro mani con Oskar Pastior, poeta rumeno-tedesco, L’Altalena del respiro (Feltrinelli) è l’ultima, emozionante prova narrativa di Herta Müller. La scrittrice Premio Nobel ha ricomposto i manoscritti compilati attraverso ore e ore di conversazioni con il suo mentore, scomparso nel 2006, elevando ad altissima dignità letteraria un tema chiave del Novecento: la deportazione.
Gennaio 1945: mentre l’Europa occidentale festeggia la liberazione e la denuncia dei superstiti dei campi di concentramento scuote la coscienze, la minoranza rumena di lingua tedesca si appresta a subire la violenza dei lavori forzati. I suoi giovani fra i 17 e i 45 anni pagarono con cinque anni di deportazione l’adesione del dittatore Antonescu al regime hitleriano, scusa ufficiale la “riparazione dei danni di guerra”. Fu un tragico oltraggio alla storia, perpetuatosi nel tempo con la persecuzione degli oppositori al regime di Ceausescu, raccontate da Herta Müller nel Paese delle prugne verdi.
“Le cose designate con la parola lager hanno una specie di nascondiglio”, ha detto Herta Müller richiamando l’etimologia della parola tedesca, che significa “magazzino”. Così, nascosta nelle pieghe, nei sussurri delle famiglie – ma sempre riaffiorante nel detto e nel non detto – era tenuta l’esperienza del campo di lavoro, comune a molti connazionali della scrittrice, compresa sua madre. La Müller intinge il cuore e la penna in quel grande rimosso collettivo dando la parola al protagonista Leo, alter ego diciassettenne di Oskar Pastior.
Malgrado siano sempre spunti di vita quotidiana a titolare i brevi capitoli, la narrazione segue un filo onirico, errabondo, simbolico. A scandire il tempo è il meccanismo pietoso di un orologio a cucù senza volatile. Nel nome dell’Angelo della fame, suprema entità che nel lager ha preso il posto del Dio cristiano, i significati si staccano dagli oggetti, che prendono vita propria stringendo un patto di alleanza con Leo. Croste di pane, bietoloni, blocchi di cemento, pettini da pidocchi, galosce, pale a forma di cuore diventano talismani, le parole e i sogni baluardo di resistenza. Quando l’ultimo barlume di compassione è seppellito sotto la cenere del cinismo, nel campo le relazioni umane vengono bandite e tutto comincia a ruotare attorno a quei pochi miseri oggetti inanimati. Da cui dipende la sopravvivenza.
È un romanzo di eccezionale presa emotiva, umile e nel contempo visionario. Lo percorre un afflato spirituale che consegna alla mente il potere sul corpo. “So che tornerai”, la frase con cui la vecchia nonna si congedò da Leo, diventa un mantra che accompagna le giornate del protagonista per cinque lunghi anni. La discesa agli inferi è insieme un’ascesi che si ciba di precise classificazioni di oggetti (dal carbone alle scorie ferrose, dalle pale ai pidocchi) e brevi, folgoranti meditazioni. Perché quando il corpo soffre la fame, i sensi si fanno sempre più acuti e la potenza della visione diventa strumento di sopravvivenza.
Ma è vero anche l’esatto contrario. Il corpo domina la mente, per nient’altro c’è spazio se non per le sensazioni legate alla deprivazione del cibo. Lo stupro della dignità umana non si cancella. L’uomo che torna non è (non sarà mai) più sé stesso: il deportato ha venduto per sempre l’anima al suo Angelo della fame. L’uomo che torna a casa è lo Schivante, colui che sfugge ogni contatto, dal cervello “bisognoso di sottomissione”. È l’universale messaggio che proviene dai lager di ogni tempo e luogo.
Coniugando al rigore morale una straordinaria forza metaforica, Müller/Pastior trasformano in musica dell’anima il trauma della deportazione. Qualcuno ha parlato di estetizzazione della sofferenza. Io sono rimasto invece profondamente scosso dalla pacata esaltazione del tratto più nobile (e disperato) dell’uomo – quello che trova un dio nelle piccole cose, nella custodia di un grammofono e nel fazzoletto ricevuto in dono, nelle pozze dei rifiuti da contemplare come fugaci ninfe, nella breve felicità delle scorie fredde degli altiforni. Tutto il resto è puro istinto bestiale. Gelido silenzio della steppa.
- Mercoledì 26 Maggio 2010

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