
L'anno del Diluvio, particolare della copertina
Non sarà un’arca a salvarci dall’apocalisse. Perché il diluvio arriva senza pioggia, subdolo e inesorabile. Non rovesciato da mano divina ma fabbricato in laboratorio, e forse diffuso deliberatamente, dalle Aziende che governano il mondo. Benvenuti nel mondo di Margaret Atwood, scrittrice ecologista e militante. Il suo ultimo romanzo, L’anno del Diluvio (Ponte alle grazie), è un pugno nello stomaco sferrato con precisione e una certa dolcezza. E una sana dose di ironia.
È da una decina d’anni almeno che nei suoi romanzi Margaret Atwood ruota attorno ai temi del riscaldamento globale, del potere delle grandi corporations, dei rischi connessi alla perdita di biodiversità, ambientando storie in scenari post apocalittici. Addirittura ne L’anno del Diluvio ricorrono alcuni dei protagonisti di L’ultimo degli uomini, corposo romanzo del 2003. Ma questo non è un sequel né un prequel, è una vicenda parallela, una diramazione del possibile.
Toby e Ren, due donne sopravvissute all’epidemia, raccontano in parallelo se stesse e la loro vita nella setta dei Giardinieri, alternando flashback e presente. Attraverso le loro avventure impariamo a conoscere un mondo che sembra, almeno in parte, il nostro, ma in realtà è un mostruoso esperimento tecnologico atto a succhiare le ultime risorse dalla Terra. I Giardinieri sono fra i pochi a conservare con caparbietà un rigore etico ed ecologico con cui sfidano le istituzioni, preda ormai delle Aziende e del loro spietato corpo di sicurezza. Fino al Diluvio che tutto cancella e a un finale sospeso, che lascia aperta ogni interpretazione (e introduce a un possibile sequel).
La scrittrice canadese smaschera con la satira l’aspetto fideistico e messianico comune a ogni setta, ma nei Giardinieri è contenuto il seme di quella Green Bible a cui Margaret Atwood sinceramente aderisce. E se i versi che chiudono gran parte dei capitoli sono improntati a un misticismo neohippy o new age, a una religiosità naif o di matrice blakeiana, essi contengono un nucleo di autenticità che prescinde dalla loro forma liturgica. Hanno a che fare con il residuo di umanità perduto. Con la grande, illogica Speranza. Con la sensibilità femminile – sentimenti, dubbi, speranze, amicizia e gelosie. Con la fiducia in un prossimo.
Nelle note finali l’autrice invita i lettori ad ascoltare (e acquistare) gli inni dei Giardinieri cantati e musicati da Orville Stoeber, sul sito appositamente creato per il lancio del romanzo (www.yearoftheflood.com). Un bel viatico promozionale, diranno i maligni, ma il sito traduce in pratica l’impegno militante della Atwood, capace di trasformare perfino i tour di presentazione del libro in eventi di raccolta fondi in favore di campagne ambientaliste.
Chi ci salverà insomma? Forse Adamo 1, il leader dei Giardinieri caricaturizzato con le sue regole primitive, il linguaggio pseudo-messianico da imbonitore ecofanatico? Quale messia poi, giungerebbe in soccorso di una specie che ha programmato la propria scomparsa? E in fin dei conti, quali esseri viventi porterebbe sull’arca Noè dopo il Diluvio senz’acqua? Le ultime api, gli uccelli sopravvissuti e i pochi mammiferi originari, certo. Ma cosa fare delle specie geneticamente modificate, leonelli, moffoni e gattinci, per non dire delle pecore Mo’hair dal vello sgargiante?
È per interrogativi come questi che ricondurre L’anno del Diluvio nel grande alveo (ghetto?) della fiction scientifica è riduttivo e inopportuno, come sottolinea la stessa Atwood che preferisce la definizione di speculative fiction: (fanta)scienza filosofica. Con una differenza, rispetto a maestri come Isaac Asimov o Arthur C. Clarke. Tutto ciò che accade in questo romanzo ricade nell’ambito del possibile. Forse, ci siamo già dentro fino al collo.
- Giovedì 8 Luglio 2010

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