
I quattro fiumi, particolare della copertina
Proprio come ce li eravamo immaginati. Se a sbozzare le fisionomie del commissario Adamsberg e del fido Danglard – alter ego letterari di Fred Vargas – è un disegnatore cult della scena internazionale come il francese Baudoin, i seguaci (e sono tanti) della regina del noir non resteranno delusi. I quattro fiumi (Einaudi) è il graphic novel nato dall’incontro fra il talento visionario della scrittrice francese e il pennello di un maestro del fumetto.
Due giovani ladruncoli che rapinano la persona sbagliata, un omicidio efferato, un serial killer. Gli ingredienti di ogni buon thriller ci sono già, in nuce. Ma il valore aggiunto è una sceneggiatura che incalza fra i viottoli della banlieu, mentre l’indagine psicologica dei tipi umani si mescola con i riferimenti all’arte e alla poesia.
Adamsberg, com’è sua consuetudine da L’uomo dai cerchi azzurri (1990) a Scorre la Senna (2009), non indaga seguendo un percorso logico-scientifico ma si fa condurre dalle suggestioni, vivide quanto e più degli indizi. Per il resto c’è Danglard. “Le ricorda qualcosa, un tizio fumante, libero, cinto di non so quali nebbie…” Lo sguardo magnetico del commissario incontra il viso sfatto del socio dopo l’ennesima notte senza riposo, e l’enigma della citazione è risolto, come sempre: il Battello ebbro di Rimbaud.
Ammalia e intriga – storia nella storia – il contrasto fra il sedicente astrologo con il suo armamentario di magia nera da quattro soldi e l’ossessione artistico-ecologica del babbo del giovane protagonista: costruire una replica dei Quattro fiumi del Bernini, una fontana fatta di tappi e lattine di birra che i suoi figli (ma solo uno è suo) raccolgono con cocciuta dedizione. Eretica land art che si eleva come una visione dietro un muretto di calcestruzzo, nel miserabile sobborgo dove anche le galline hanno un’anima.
Baudoin (del quale si veda anche il prezioso memoir Piero, uscito qualche mese fa per Coconino Press) sguazza col suo tratto minimalista nel calderone dell’inconscio dove si gioca gran parte della partita, ora limitandosi a contornare le digressioni della Vargas (ops, di Adamsberg e Danglard), ora accavallando il bianco e il nero a dilatare gli spazi, a muovere il foglio, a imbrigliare il lettore. Guai a immergersi nella storia in tram o in metropolitana, se ne rischia di uscire al capolinea.
Come lo scultore folle usa l’arte per esorcizzare le sue paure, anestetizzare la realtà, Fred Vargas offre la sua ricetta per vivere tranquilli: “Quando si ha una grande paura, la morte, la peste, bisogna conoscerla. I noir possono servire anche a questo.”
- Giovedì 29 Luglio 2010

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