Premio Hugo, vince China Miéville. E che nessuno tocchi la fantascienza

Credits: Craig Grobler @ flickr

Credits: Craig Grobler @ flickr

Parli di fantascienza e molti alzano gli occhi al cielo, sbadigliano, “ah, ancora navicelle e omini verdi”, dicono. Parli di fantascienza e la gente subito pensa a Star Trek, a Battlestar Galactica, ai primi Visitors, e se per caso non sono appassionati di cultura venusiana, è probabile che si alzino da tavola e vadano a purificarsi fra i caratteri minuscoli di un classico russo.

Per questo, dovendo oggi parlare di China Miéville e Premi Hugo, è probabile che alcuni lettori apriranno un’altra pagina e preferiranno consultare gli ultimi, irresistibili sviluppi di una questione squisitamente letteraria come gli scivoloni di Vespa al Campiello.

Ma è un peccato, perché basta dare una rapida scorsa ai nomi che si sono aggiudicati il Premio Hugo dal 1953 a oggi per rendersi conto che per molti di loro non esistono etichette sufficienti a confinarli in un genere. Basti pensare al Kurt Vonnegut di Ghiaccio-nove, a Dan Simmons, a Robert Silverberg, al Michael Chabon del Il sindacato dei poliziotti yiddish, all’intera bibliografia di Philip K. Dick. Lo stesso vale anche per l’inglese China Tom Miéville che questa domenica, all’Aussiecon di Melbourne, si è aggiudicato (a parimerito con Paolo Bacigalupi) l’ambitissimo Premio Hugo con il romanzo The city and the city.

Il fatto è che spesso la migliore fantascienza non fa altro che fornire substrati allegorici perfetti per ospitare tematiche e analisi oblique sulla realtà di oggi. Nel caso di The city and the city, il substrato allegorico sono  due città, Beszel e Ui Qoma, che si trovano ad occupanre lo stesso spazio fisico; l’analisi obliqua invece centra il problema dell’individualismo e della crescente alienazione metropolitana, presentando due “cittadinanze” che, pur vivendo nello stesso spazio fisico, hanno imparato a “non-vedersi” tra di loro.

Nonostante queste premesse, come fa notare Michael Moorcock in un’interessante recensione sul Guardian, l’autore “non ci incoraggia a leggere questo romanzo come una parabola, piuttosto come un mistery poliziesco immerso in circostanze straordinarie”. Strizzando l’occhio ora al miglior Philip Dick, ora al Franz Kafka più visionario, Miéville ha forgiato un strepitoso artefatto narrativo, riuscendo al contempo a confezionarlo in una scrittura fluida e incredibilmente godibile. Non a caso, prima di aggiudicarsi il premio più ambito nella fantascienza, Miéville aveva già piazzato sulla sua mensola i premi Arthur C. Clarke e BSFA.

I fanta-scettici di cui parlavamo sopra possono prendere questo risultato come una fedele diagnosi sullo stato di salute della fantascienza attuale. Non rimane che sperare di veder comparire The city and the city nelle librerie italiane, accanto ad altri capolavori indiscussi della letteratura internazionale. Magari senza dover aspettare che ne ricavino un film campione d’incassi.

Commenti

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Il 30 Agosto 2011 alle 16:48 Libri premiati: dal Nobel allo Strega, i vincitori del 2010/2011 | Vivi Fiano Romano ha scritto:

[...] Non ancora edito in Italia, è il libro di fantascienza che ha trionfato al Premio Hugo 2010. China Miéville affronta i delicati temi dell’individualismo moderno e dell’alienazione metropolitana con un [...]

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