
Il giardino delle delizie terrene, particolare della copertina con Il Trittico delle delizie di Hieronymous Bosch
Volete leggere un libro insolito e divertente? Un libro in cui gli aggettivi sono “posati sulla parola giusta”, dal ritmo che seduce come lingua di fuoco? All’editore Metropoli d’Asia si deve la scoperta de Il Giardino delle delizie terrene, pubblicato in India sette anni fa dal brillante scrittore e giornalista Indrajit Hazra, titolare di una popolare rubrica domenicale sul quotidiano Hindustan Times di Delhi.
Hazra costruisce una commedia introspettiva in forma di matrioska. Un uomo (già personaggio dell’opera di un altro scrittore) racconta storie ad altri uomini, e tutti costoro sono personaggi del romanzo che sta prendendo forma nella mente di Manik Basu, protagonista del nostro romanzo. Prigioniero del blocco dello scrittore, Basu si ritrova un giorno come il noto signor K. a vagare per un’inquietante magione di Praga, tenuto prigioniero dal proprietario e direttore editoriale della casa editrice che su di lui ha costruito la sua fortuna. Mr. Ajit Chaudhuri – fattezze da Nosferatu e l’aria irritante di “ricchezza e cultura” – gli ha pagato un congruo anticipo sui diritti del nuovo libro e scaduti cinque anni ha assoldato un manipolo di scagnozzi perché gli impongano di fare il proprio dovere.
Accanto al ritratto grottesco e impietoso dell’industria editoriale è la rivisitazione del topos della pagina bianca nell’era della narrativa postmoderna, con l’artista incistato davanti alla distesa immacolata di cellulosa. Ontologia di una nevrosi: quando l’ispirazione diventa un dovere. E il suo contraltare: una volta in catene (isolato dalle sirene del mondo) lo scrittore finalmente ritrova il fluire della parola, l’orgoglio di quando “scrivere ti viene facile”.
Il gioco tra i piani narrativi si mescola ai rimandi in un patchwork di stili e citazioni – antico e contemporaneo, Oriente e Occidente. Hazra prende a prestito brani di Tagore, del Ramayana e del Mahabharata e soprattutto l’eroe Ghanada di Premenda Mitra, un classico della letteratura per ragazzi bengalese, centrifugando come in sogno i vicoli di Calcutta con le torbide atmosfere praghesi di Kafka, la (falsa?) conquista della Luna, il fuoco che distrugge e purifica. Un groviglio d’umanità che somiglia alle figure grottesche dipinte da Hieronymous Bosch nel Trittico delle delizie.
A dispetto di tanta carne al fuoco, e che nel fuoco soccombe, Il Giardino delle delizie terrene è un libro che mette comunque di buonumore. I folgoranti apologhi, le improbabili riletture della storia operate dal “contastorie” Ghanada stravaccato sulla chaise longue mentre fuma a scrocco – spudoratamente false ma verosimili per gli uditori che “fingono di credervi per mutuo conforto” – costituiscono il nucleo più autentico dell’arte di raccontare.
Indrajit Hazra la padroneggia al punto da dettare i dogmi di un’estetica del contar frottole: “la bugia migliore è quella puntellata da ogni lato da fatti genuini”. Ecco, da che mondo è mondo – grandi e piccini – ci si addormenta volentieri con in bocca il dolce “sapore di bugie fermentate”.
- Mercoledì 15 Settembre 2010

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