Wilson, l’antieroe di Daniel Clowes fra Schulz e Woody

Wilson, particolare della quarta di copertina

Wilson, particolare della quarta di copertina

Primo lavoro realizzato direttamente in volume dall’americano Daniel Clowes, già autore di Ghost World, romanzo di formazione a fumetti trasformato dal regista Terry Zwigoff nel film cult Generazione X, Wilson (Coconino Press - Fandango) è uno stripe-novel irresistibilmente cinico e divertente. Intorno all’occhialuto protagonista, logorroico sboccato tenero misantropo urbano alla ricerca di un senso della vita, ruota una sferzante satira pop della moderna società americana.

La vita di Wilson è uno schifo, e se possibile peggiora con la morte (di quello stronzo) del padre. Si sente così solo da decidersi a lasciare l’adorato cane e mettersi in cerca della ex moglie e della figlia adolescente, nata dopo il matrimonio e data in adozione. Intanto pontifica sui mali della società e spedisce scatole piene di feci ai parenti acquisiti. Tornerà a dividere la solitudine con la ex dog sitter nella città cambiata per sempre – figlia e nipote lontane, irraggiungibili…

Quel disperato bisogno d’amore e di essere lasciati in pace, quel sottile piacere di crogiolarsi nella bassezze della vita, di rifugiarsi nei luoghi comuni e talora di esplodere nel grido liberatorio. Azione e inazione, passività e aggressività, debolezza e intransigenza. Wilson è uno di noi, le sue contraddizioni un balsamo per le nostre certezze. Il suo carisma opprimente e incompiuto offre un esempio paradossale di come essere onesti con se stessi.

Wilson è un romanzo grafico sui generis, la cui struttura si ispira in parte ai mitici Peanuts. Si compone di 70 quadri ciascuno con un proprio titolo e composto da una serie di strisce vintage style. Ogni quadro è in sé conchiuso (spesso con una freddura o una battuta velenosa) ma nel contempo rappresenta un momento di passaggio nella vita di Wilson. Così che il voltar di pagina chiarisce il significato oscuro del precedente quadro. Con la tecnica del cut up Clowes introduce il lettore nella personalità metamorfica e distorta del suo eroe, alle prese con la vita di tutti i giorni che appare come un mosaico di frammenti andati in pezzi e privi di connessione.

Clowes usa diversi stili in funzione simbolica, ed è uno degli elementi più interessanti del libro. Strisce nitide e realistiche, dal colore che riempie tutti gli spazi, si alternano a riquadri monocromatici o bicromie, bianchi e neri, sfumati. Quadri che a prima vista sembrano slegati sono invece conseguenziali dal punto di vista stilistico-concettuale, come quelli dedicati alle riflessioni esistenziali (ombre e luci), agli anni passati in prigione (macchie di un solo colore), alla vita e alla morte, ai ricordi di gioventù, fino al baloon rosa usato quando Wilson adotta parole e pensieri “da cane”.

L’acqua è una presenza costante lungo il corso del romanzo – parole e lacrime scorrono davanti a tazze piene di caffè – e la piatta distesa del lago, a cui Wilson affida la speranza di connettersi a “qualcosa di immenso ed eterno”, fa da cedevole ponte tra la sua gioventù e la gioventù della figlia ritrovata. Proprio la simbologia acquatica trova compimento nell’ultimo quadro, il più enigmatico e introspettivo del libro: Wilson seduto alla finestra a contemplare una goccia di pioggia che cade. “Naturale che è così!” La redenzione dell’uomo senza qualità che intravede, se non un senso, la possibilità di un fugace contatto con il creato.

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