
Bassure, particolare della copertina, © Clare Richardson
Il non luogo di un’umanità minore letto da un’anima ipersensibile. Nel 1982 Herta Müller esordì con Bassure, una raccolta di racconti che Feltrinelli ha da poco ripubblicato in versione integrale. Sono 19 quadri ambientati nel villaggio in cui la scrittrice trascorse l’infanzia, che contengono in nuce tutta l’essenza della sua opera e della sua visione poetica. Che è come dire, il classico pugno nello stomaco.
È limatura di ferro che avvince e respinge la visione di Herta Müller, specie il grande quadro del racconto lungo che dà il titolo al volume. Un ventaglio di autoscatti colti nel momento in cui la vita è apparentemente più semplice, anche se contiene già il germe della sua malattia. La giovane Herta osserva, descrive e compiange il suo mondo con lo sguardo incerto e innocente del bimbo.
E insieme accoglie in sé l’esperienza, la setaccia, offrendo un resoconto spietato delle bassezze (le bassure, appunto) cui è assuefatto l’animo umano come ti aspetteresti, per dire, da un Tom Waits. Padri bevitori e violenti, mamme nonne zie che contano soldi a brandelli, che vanno di ramazza e ceffoni, pavimenti che scricchiolano sotto il peso di fedifraghi squallidi amplessi, l’opaco sole a illuminare tetti spruzzati di neve, e sulle gote rosse dei figli il disonore per aver strappato un istante di gioia.
Il mondo animale non gode di miglior sorte ma, se vogliamo, a esso guarda la scrittrice con l’unica forma di pietas che si concede – a parte per il postino che, d’inverno, porta nel berretto la neve (non la corrispondenza) da un paese all’altro. Ecco la rondine costretta a covare sopra l’esecuzione del vitello, le anatre dimentiche di essere uccelli le cui piume riprendono a volare solo dopo la morte; ecco il naso sanguinante e il grande ventre bianco del maiale, il topo anziano colpito da un fendente, “così poca vita che anche il sangue resta pallido”; ecco il rospo dalla pelle avvizzita, le falene brune e polverose, i serpenti freddi e umidi, le salamandre stridule, la mucca che si scorda di figliare.
Il dolore, dice Kahlil Gibran in un celebre passo del Profeta, è “la rottura dell’involucro che racchiude la vostra comprensione… È l’amara pozione con la quale il medico dentro di voi guarisce il vostro io malato”. La giovane Herta ha indossato prematuramente la fatica del vivere come una veste di lucida trasparenza. Senza saperlo, l’inchiostro le è forse servito per sopravvivere a tanta tremenda consapevolezza. La paura del vuoto negli occhi, la paura della paura, le stagioni che si trascinano stancamente gravando sulla natura fino allo stremo, l’estate che affoga ogni sera nel silenzioso farsi notte. La candela che si consuma nell’inganno. Pensare sempre che qualcuno arrivi, e poi è sera ed è troppo tardi per questa visita. E contro la tua paura, ragazza, a nulla serve bere.
Il respiro della Müller soffia sulle squallide stoppie del Banato romeno fino ad avvolgere le nostre stesse esistenze. Il nucleo di strade polverose, rintocchi di campane, granai ammuffiti e pere marce, odore di piscio e di acquavite rimanda simbolicamente a quella dose di dolore consustanziale alla vita stessa. Alla Natura matrigna di leopardiana memoria. Al sonno nero dietro le palpebre. All’onta di cui ancora oggi troppo poco ci si vergogna: la discriminazione femminile. Sì, perché gli uomini “crepano soltanto quando ti hanno divorato la vita”.
- Martedì 19 Ottobre 2010

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