
Chiedo scusa, particolare della foto di copertina
Se ammalarsi si paga ben oltre la malattia che corrode, guarire grazie al dono di un fegato nuovo da parte di una giovane sconosciuta è un evento che ti cambia per sempre. Chiedo scusa di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (Einaudi) è la moderna odissea di un uomo qualunque cui è dato in sorte di rinascere. Un libro bello e importante, un libro sul dolore che però rasserena.
Già coautore con Massimo Carlotto del bestseller Mi fido di te, lo scrittore cagliaritano Francesco Abate sceglie di lavorare ancora a quattro mani stavolta con un outsider della narrativa, l’amico attore Valerio Mastrandrea qui pudicamente celato dietro lo pseudonimo Saverio Mastrofranco (il nome con cui lo chiamò un fan per strada chiedendogli un autografo). Scelta azzeccata. In equilibrio fra memoir, autobiografia e romanzo, Chiedo scusa ha l’immediatezza di una sceneggiatura, l’ironia salvifica e un passo che avvince – breve, diretto, folgorante. Indaga gli abissi della condizione umana con squarci di rara profondità evitando l’insidia dell’autocompiacimento nel dolore. Racconta il disagio senza filtri ma senza aggredire, mettendoti a tuo agio.
Valter è un brillante cronista di nera in un giornale di provincia – il suo lavoro scrivere frammenti di vite degli altri, ma solo quelli più “fetenti e disgraziati” – che convive con un’epatite degenerativa ereditaria. Dopo un’infanzia di ospedali e privazioni, e un passaggio all’età adulta segnato invece dal rimosso e da qualche trasgressione, un giorno col sangue che sgorga da ogni orifizio arriva la presa di coscienza, spietata come una sentenza: “Possibile che non si sia accorto di nulla?” Prima, Durante e Dopo (più l’appendice Molto dopo): il romanzo si svolge in quattro “movimenti” che segnano i passaggi di tempo esistenziali in un bilancio a ritroso della propria vita. Ruotano attorno al trapianto di fegato cui Valter accetta di sottoporsi: l’attesa, la ritualità e la disciplina, il fuoco e l’inferno, il delirio e la speranza, la ricaduta, la depressione, la lenta risalita.
E il cambiamento. L’attenzione per gli altri che muta di segno. Il bisogno di sentirsi all’altezza per ricambiare chi ha pagato (con la sua vita) la possibilità di sentirsi ancora vivo. Chiedo scusa, sì, ma poi quando ritornano le forze il pensiero cede il passo all’azione. Così Valter partecipa alla fondazione di Prometeo, l’associazione italiana trapiantati di fegato, con alcuni compagni di sventura dell’ospedale di Cagliari – per inciso, una delle “eccellenze” europee per questo tipo di trapianti. E regala la sua esperienza e professionalità a quell’umanità eterogenea unita da scopi improvvisamente chiari e condivisi, ciascuno con il proprio nickname che riflette i vaneggiamenti postoperatori indotti dall’anestesia. Come ha detto un trapiantato, dopo diventi per forza una persona migliore.
Leggendo Chiedo scusa riprendo coscienza di quella cosa che ho sentito da qualcuno o magari alla televisione, ma insomma non c’è mica tempo per tutto… Per donare i propri organi – quella cosa “buona e giusta” che troppo pochi ancora fanno – è sufficiente dotarsi del tesserino blu del Ministero della Salute oppure iscriversi all’Aido, l’Associazione italiana per la donazione di organi. Sul sito dell’Aido troverete, oltre al modulo, la splendida recensione che ha dedicato al libro la vincitrice dell’ultimo Campiello, Michela Murgia, conterranea di Abate.
- Lunedì 22 Novembre 2010

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