

In anteprima, le prime pagine di «Notte buia, niente stelle», nuovo libro del maestro del brivido
di Stephen King
Un agricoltore uccide, con l’aiuto del figlio, e poi getta in un pozzo la moglie: non è cronaca di oggi, ma l’inizio di «1922», il primo dei quattro romanzi brevi che compongono «Notte buia, niente stelle» (Sperling & Kupfer, 432 pagine, 20,90 euro), nuovo libro di Stephen King, . Le altre storie includono quella di una scrittrice, vittima di uno stupro, che decide di vendicarsi; poi c’è un uomo malato terminale che fa un patto col diavolo, la sua vita in cambio di quella del suo migliore amico, che gli aveva soffiato la ragazza; e infine c’è una tranquilla casalinga che dopo vent’anni di matrimonio scopre per caso che il marito è un serial killer. Per la prima volta la traduzione di Stephen King non è curata da Tullio Dobner ma è opera di Wu Ming 1 (Roberto Bui): novità che ha già acceso dibattiti e polemiche in rete fra gli appassionati dello scrittore americano. Quelle che seguono sono le prime pagine di «1922».
11 aprile 1930, Magnolia Hotel, Omaha, Nebraska
A CHIUNQUE POSSA INTERESSARE
Mi chiamo Wilfred Leland James. Questa è la mia confessione. Nel giugno del 1922 uccisi mia moglie, Arlette Christina Winters James, e mi liberai del cadavere gettandolo in un vecchio pozzo. Mio figlio, Henry Freeman James, mi aiutò a compiere il crimine, ma aveva quattordici anni e non va ritenuto responsabile. Fui io a plagiarlo, facendo leva sulle sue paure e vincendo, in un paio di mesi, ogni sua naturale resistenza. Di questo mi sento colpevole più che dell’omicidio, per ragioni che vi saranno evidenti leggendo quanto segue.
La causa del mio crimine e della mia dannazione va ricercata in cento acri (circa 50 ettari, ndr) di terra fertile a Hemingford Home, Nebraska. Mia moglie li aveva ereditati da suo padre, John Henry Winters. Io avrei voluto aggiungere quella terra al nostro podere, che nel ’22 misurava ottanta acri; invece mia moglie, che non si era mai abituata alla vita in campagna (né a essere la moglie di un agricoltore), voleva venderli alla compagnia Farrington. Quando le chiesi se davvero volesse vivere sottovento a una porcilaia, disse che avremmo potuto vendere pure la fattoria. La fattoria di mio padre, e di suo padre prima di lui! E che ci avremmo fatto con quei soldi, senza la terra? le chiesi. Rispose che avremmo potuto trasferirci a Omaha, o addirittura a St. Louis, e aprire un negozio.
«Non potrei mai vivere a Omaha» dissi. «Le città sono per gli stupidi».
Suona ironico, visto dove mi trovo adesso, ma non rimarrò qui a lungo, lo so, come so cosa provoca i rumori che sento nei muri, e so dove andrò al termine della mia vita terrena. Chissà se l’inferno è tanto peggio di Omaha. Forse l’inferno è Omaha, ma senza la bella cam-pagna intorno: soltanto desolazione e arsura, e odore di zolfo, e anime perse come la mia.
Nell’inverno e primavera del ’22 litigammo parecchio per quei cento acri. Henry si ritrovò in mezzo, ma era più incline a dare ragione a me. Se nell’aspetto era tutto sua madre, da me aveva preso l’amore per la terra. Era un ragazzo docile, privo della supponenza di Arlette. Ripeteva che non voleva vivere a Omaha né in qualunque altra città, e ci sarebbe andato solo se avessimo trovato un accordo, cosa che non avvenne mai.
Pensai di rivolgermi a un avvocato. Poiché ero il capofamiglia, qualunque tribunale avrebbe fatto rispettare il mio diritto di decidere l’uso di quella terra, ne ero certo. Tuttavia, qualcosa mi fece desistere. Non fu il timore delle chiacchiere dei vicini: me ne fregavo dei pettegolezzi di campagna. No, si trattava di altro. Vedete, ero arrivato a odiarla. Ero arrivato a volerla morta. Fu quello a trattenermi.
Io credo che dentro ogni uomo ne viva un altro, un estraneo, un Mestatore. E credo che già nel marzo del ’22, quando i cieli sulla contea di Hemingford erano bianchi e ogni campo era un pantano di neve e fanghiglia, il Mestatore che stava in Wilfred James, agricoltore, avesse giudicato mia moglie ed emesso la sentenza. Una sentenza da cappuccio nero. La Bibbia dice che un figlio ingrato è come un morso di serpente, ma una moglie ingrata e petulante è anche peggiore.
Io non sono un mostro. Ci provai, a salvarla dal Mestatore. Le dissi che, se non avessimo trovato un accordo, c’era sempre la casa di sua madre a Lincoln, Lincoln è sessanta miglia più a ovest, una distanza giusta per una separazione, che non è un divorzio ma scioglie già il vincolo coniugale.
«Certo, e la terra di mio padre rimarrebbe a te!» replicò, scuotendo la testa alla sua solita maniera. Quanto odiavo quel modo impudente di scrollare il capo, da pony addestrato male, e quanto odiavo lo sbuffo di naso che lo accompagnava. «Te lo puoi scordare, Wilf».
Rilanciai: visto che ci teneva tanto, la terra gliel’avrei pagata. Ci avrei messo del tempo – «otto anni, forse anche dieci» – ma le avrei dato fino all’ultimo centesimo.
«Pochi soldi alla volta è peggio che stare in bolletta» ri-spose, con un’altra scrollata del capo e un altro sbuffo di naso. «Non c’è donna che non lo sappia. La Farrington pagherà tutto subito, e mi sa che la loro idea di buona offerta sia meglio della tua. E poi io non voglio andarci, a Lincoln. Non è una città, è un paesotto come gli altri, con più chiese che case».
Capite o no in che situazione mi trovavo? Capite fin dove mi aveva spinto? Posso far conto su almeno un po’ della vostra comprensione? No? E allora state a sentire.
Ai primi di aprile di quell’anno, esattamente otto anni fa, Arlette rincasò tutta linda e risplendente. Era stata a McCook, al salone di bellezza. I capelli le ricadevano sui lati del viso in gonfi boccoli che mi ricordarono i rotoli di carta igienica degli alberghi. Disse che le era venuta un’idea: avremmo venduto alla Farrington sia i cento acri sia la fattoria. Loro avrebbero comprato tutto quanto pur di avere il lotto di suo padre, perché era vicino alla ferrovia. E probabilmente aveva ragione.
«Dopodiché» disse quella cagna spudorata «potremo dividere i soldi, divorziare e iniziare una nuova vita, ognuno per conto suo. Lo sappiamo tutti e due che desideri questo».
Come se non lo desiderasse anche lei.
«Uhm» feci, fingendo di pensarci su. «E il ragazzo con chi va?». «Con me, naturalmente!» replicò, sgranando gli occhi. «Un ragazzo di quattordici anni deve stare con sua madre».
Quel giorno stesso iniziai a lavorarmi Henry. Gli spiegai l’ultima idea di sua madre. Sedevamo nella stalla, io indossavo la mia faccia mesta e parlavo con la più triste delle voci, illustrandogli come sarebbe stata la sua vita se Arlette avesse avuto via libera. Senza più fattoria, né padre, senza gli amici con cui era cresciuto, si sarebbe ritrovato in una nuova scuola molto più grande, e in quella nuova avrebbe dovuto lottare per il suo spazio, in mezzo a estranei che gli avrebbero riso dietro e lo avrebbero chiamato «bifolco». Invece, proseguii, se ci fossimo tenuti tutta la terra, certamente saremmo riusciti a regolare i conti con la banca entro il ’25 e saremmo vissuti felici senza debiti, respirando aria pulita, altro che budella di porco a galla nel nostro limpido ruscello da mane a sera.
«Allora, cos’è che vuoi?» gli chiesi, dopo avere dipinto il quadro nei minimi dettagli.
«Voglio stare qui con te, babbo». Aveva le guance rigate di lacrime. «Ma perché lei dev’essere così… perché dev’essere una tale…».
«Dillo pure, figliolo» lo esortai «la verità non è mai sporca». «Una tale puttana!».
«Perché quasi tutte le donne lo sono» dissi. «È una cosa inestirpabile, fa parte della loro natura. Il problema, adesso, è cosa possiamo fare noi».
In realtà, il Mestatore aveva già pensato al vecchio pozzo dietro la stalla, che usavamo per l’acqua delle mucche. Era profondo non più di cinque metri, e ormai c’era quasi solo melma. Mi restava solo da convincere mio figlio. Dovevo farlo, certamente lo capite.
Non avevo problemi a sbarazzarmi di mia moglie, ma dovevo salvare il mio amato figlio. A che servono centottanta acri di terra, o anche migliaia di acri, se non te li godi con qualcuno e non li lasci a nessuno quando muori?
Finsi di avere preso in considerazione il folle piano di Arlette: lasciare che terra buona per il granturco diventasse un grande mattatoio di porci. Le chiesi di lasciarmi un po’ di tempo e nei due mesi che seguirono mi lavorai Henry, per rendergli accettabile un’idea molto diversa. Fu meno difficile del previsto: aveva il viso di sua madre (e si sa, l’aspetto di una donna è il miele che attira l’uomo tra i pungiglioni), ma non la stessa dannata cocciutaggine. Mi bastò insistere su come sarebbe stata la sua vita a Omaha o a St. Louis; insinuai che forse Arlette non si sarebbe accontentata nemmeno di quei due termitai: forse solo Chicago l’avrebbe davvero appagata. «In quel caso» dissi «alle superiori potresti finire in classe con ragazzi negri».
Divenne freddo nei confronti di sua madre. Dopo alcuni sforzi – tutti maldestri, tutti respinti – di riconquistare il suo affetto, si raffreddò pure lei. Questo mi fece molto piacere, o meglio: ne fece al Mestatore. Agli inizi di giugno le dissi che, dopo averci pensato bene, avevo deciso che no, non le avrei mai permesso di vendere quegli acri senza oppormi in tutti i modi. Piuttosto che cedere, sarei finito in miseria.
Lei si mantenne calma. Decise di chiedere una consulenza legale, perché la legge, lo sappiamo, è amica di chiunque la paghi. Me l’ero aspettato, e accolsi la notizia sorridendo: i soldi per pagare un avvocato non li aveva. Da quel momento, mi tenni ben stretti i pochi contanti che c’erano in casa. Addirittura, mi feci affidare da Henry il suo salvadanaio: gretta com’era, Arlette avrebbe potuto rubare gli spiccioli. Come era ovvio, lei andò negli uffici della Farrington, a Deland, sicura come lo ero io che, con quello che avevano da guadagnarci, avrebbero coperto le sue spese legali.
«Lo faranno, e così vincerà lei» dissi a Henry mentre stavamo nel nostro solito parlatorio, la stalla. In realtà non ne ero certo, ma ormai avevo preso la mia decisione, che non arriverei a definire un vero e proprio piano.
«Ma babbo, non è giusto!» strillò lui, seduto nella paglia, sembrava molto più giovane. Mostrava dieci anni anziché quattordici.
«La vita non lo è mai» risposi. «A volte, l’unica cosa da fare è prenderci quello che ci spetta. Anche se qualcuno si fa male». Feci una pausa e studiai la sua espressione. «Anche se qualcuno muore».
Henry sbiancò e disse: «Babbo!».
«Se lei non ci fosse più» proseguii «tutto sarebbe come una volta. Niente più litigi. Vivremmo qui in santa pace. Le ho offerto tutto quello che potevo per farla andare via, ma non ha voluto. Ormai c’è solo una cosa che posso fare. Che possiamo fare».
«Ma io le voglio bene!».
«Le voglio bene anch’io» replicai. E, per quanto risulti difficile crederci, era vero. L’odio che provavo per Arlette in quel 1922 era più di quanto possa provare un uomo per una donna, a meno che non c’entri l’amore. Per quanto testarda e irritante, Arlette era una donna passionale. I nostri «rapporti coniugali» non si erano mai interrotti, anche se, da quand’era iniziato il contrasto per la terra, quegli incontri al buio somigliavano più ad accoppiamenti tra animali.
«Non occorre che sia doloroso» dissi. «E quando sarà finita, be’…».
Lo portai dietro la stalla e gli mostrai il pozzo. A quel punto scoppiò a piangere. «No, babbo, non così. Ti
prego, non così».
Quando Arlette tornò da Deland (Harlan Cotterie, il padrone della fattoria limitrofa le aveva dato un passaggio sulla sua Ford, ma le ultime due miglia se le era fatte a piedi), Henry la implorò di andarsene, «così torneremo a essere una famiglia». Lei perse le staffe, gli diede un manrovescio sulla bocca e gli disse di non comportarsi da cagnolino.
«Tuo padre ti ha contagiato con le sue remore. Peggio: ti ha infettato con la sua avidità».
Come se lei fosse innocente di quel peccato!
«L’avvocato dice che la terra è mia e posso farci quel che voglio. Quanto a voi due, potete star qui ad annusare maiali arrosto, cucinare i vostri pasti e farvi il letto da soli. Tu, figliolo, puoi arare tutto il giorno, e di notte leggere gli intramontabili libri di tuo padre. A lui non sono serviti granché, ma forse a te andrà meglio, chi lo sa».
«Mamma, non è giusto!».
Arlette guardò suo figlio come se fosse un estraneo che aveva osato prenderla a braccetto. E che gioia mi invase il cuore quando vidi che lui le restituiva lo stesso sguardo gelido. «Potete andarvene al diavolo, tutti e due. Vuoi sapere cosa è giusto per me? Andare a Omaha, aprire un negozio di abbigliamento, ed è quello che farò».
Lo scambio ebbe luogo sull’aia. Dopo quell’annuncio, Arlette non parlo più, si girò ed entrò in casa a grandi passi, sollevando polvere con le sue graziose scarpe da città. Quando sbatté la porta, Henry si girò verso di me. Aveva del sangue a un angolo della bocca e il labbro inferiore si stava gonfiando. La sua collera era di quella genuina e pura che solo un adolescente può provare. Collera che si sfogherà a ogni costo. Mi fissò e annuì. Io risposi con lo stesso cenno e un’espressione seria e solenne, ma dentro di me il Mestatore rideva.
Quel ceffone fu la condanna a morte. (…)
Titolo originale: «Full dark, no stars». Copyright © 2010 by Stephen
King published by agreement with the author c/o Ralph M.
Vicinanza, Ltd., and Roberto Santachiara literay agency © 2010
Sperling & Kupfer editori spa.
- Giovedì 2 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 8 Dicembre 2010 alle 20:05 nhico ha scritto:
Per uno che il Time Magazine aveva definito un «maestro della prosa post-alfabetizzata», ne ha fatto di strada.
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