Licia Troisi: sono astrofisica, faccio la mamma e vendo 2 milioni di copie


Licia Troisi: sono astrofisica, faccio la mamma e vendo 2 milioni di copie

di Stefania Vitulli

Se temete la sindrome Rowling, state tranquilli: al contrario della mamma di Harry Potter, che ha cominciato a scrivere la sua saga multimilionaria da adulta, per caso, durante un noioso viaggio in treno, Licia Troisi ha preso il vizio quando aveva 7 anni e non ha alcuna intenzione di smettere. Al momento la trentenne scrittrice di fantasy romana conta oltre 2 milioni di copie vendute della Ragazza Drago e della tripla trilogia del Mondo emerso (il primo volume è del 2004, il nono, Gli ultimi eroi, è in uscita il 30 novembre per la Mondadori) ed è
pubblicata in 18 paesi: un primato per il genere tra gli autori italiani. Cercavamo una ragazza dagli occhi viola, i capelli azzurri e le orecchie appuntite persa tra le fantasie su elfi e guerrieri e invece troviamo una scienziata, nascosta nel suo ufficio da astrofisica all’Università di Tor Vergata, dove sta preparando il dottorato in astronomia.

Che ne pensano i suoi lettori di una ricercatrice che scrive fantasy?
Diciamo che la domanda più gettonata negli incontri di presentazione dei miei libri è: «Ma come si concilia la fisica con i draghi, le ninfe e gli gnomi?».

E lei che cosa risponde?
Che ci si immagina la scrittura come espressione di creatività libera e la scienza come disciplina arida. Ma sono visioni limitanti: quando studio le stelle, metto in moto una forma di creatività che consiste nell’intuire
la relazione fra i dati che ho davanti. E quando scrivo seguo un metodo scientifico.

Cioè?
Prima di iniziare un nuovo libro costruisco schemi, cartine, profilo psicologico dei personaggi fondamentali, e trama, compresa la fine, capitolo per capitolo, con tutti gli snodi delicati. Le costrizioni servono a incanalare
la creatività, come diceva Italo Calvino. Altrimenti di fronte alla vertigine della possibilità ti perdi.

Mostri, cavalieri, pirati, maghi… Il fantasy è solo un genere per ragazzini, snobbato da critici e ambiente letterario?
Fra i miei lettori ci sono soprattutto adolescenti, ma anche molti adulti. Il fantasy è il genere letterario contemporaneo più vicino a epica e mitologia antiche. L’eroe fantastico rappresenta la capacità del singolo di cambiare il corso delle cose.

Niente a che fare con la vita di tutti i giorni.
Accettazione del diverso, tematica del fanatismo (che nei miei libri è stato declinato prima in termini religiosi e ora anche politici) sacrificio di sé, lotta per un ideale… Mi sembra ci siano spunti di attualità più che a sufficienza. Certo, oggi l’idealista viene spesso reputato un ingenuo, che non ha capito come gira il mondo.

E invece non è così?
Questa dimensione non può essere annullata nell’uomo. E così la gente la cerca nei libri.

Il che spiega il successo di Harry Potter, Philip Pullman, la riscoperta di J.R.R. Tolkien…
Potter mi diverte molto, ho letto tutti i libri, visto tutti i film: Rowling ha un ottimo controllo della trama. Tolkien ha saputo creare una mitologia moderna, anche se è esagerato riportare tutto a lui. È come se si paragonasse ogni poesia italiana alla Divina commedia.

Il suo scrittore fantasy preferito?
Si chiama Jonathan Stroud, ha creato la trilogia di Bartimaeus. Ironico, realistico, creatore di un antieroe profondo e di molti personaggi negativi, meschini (e dunque veri), che però compiono cammini esistenziali
che li portano più vicini a se stessi.

Il suo cammino nel fantasy come è cominciato?
Da bambina mi raccontavo storie per addormentarmi. Poi ho cominciato a scriverle. Dieci anni fa ho iniziato la trilogia delle Cronache del Mondo emerso. Una notte mi è venuta in mente Nihal, che all’inizio si chiamava Leida, come una città molto importante per la fisica dell’800. Era una ragazza indomita, con una parte nascosta e irrisolta, una specie di trauma. Insomma, la mia adolescenza, fatta di parti di me che non mi piacciono. Era un romanzo di formazione, come il 90 per cento della letteratura che funziona. Ci ho messo un anno e mezzo a finirlo, scrivendo tutte le sere.

Così l’ha messo in una busta e lo ha spedito a 50 editori, incrociando le dita…
Solo a due: una piccola casa editrice romana, che poi ho scoperto essere pure a pagamento, e la Mondadori. Credevo mi avrebbe risposto almeno la piccola casa editrice. Invece, quattro mesi dopo, in un pomeriggio
d’estate, mi ha chiamata Sandrone Dazieri della Mondadori. Mi volevano.

Dalle 9 alle 17 studia i metodi per calcolare età e contenuto di elio degli ammassi globulari, fino alle 21 si occupa di sua figlia che non ha ancora un anno. Quando scrive?
Due o tre ore tutte le sere dopo le 21. E quando la bambina era più piccola, mentre scrivevo se ne occupava
mio marito.

Si comincia a capire come nasce il carattere delle sue eroine femminili.
Per troppo tempo il fantasy è stato percepito come «donnina discinta salvata da guerriero con iperarmatura». C’è bisogno di modelli femminili diversi: l’affermazione delle mie protagoniste non passa dal corpo, ma da un cammino interiore.

Sua figlia ha già un posto nei suoi romanzi?
Nel quarto libro della Ragazza Drago è comparsa una mamma. Anche qui combatto uno stereotipo: maternità non significa annullamento.

Che elemento fantastico ha portato nella sua vita la scrittura di fantasy?
Ho fatto incontri impensabili. Solo quest’anno, due: con un uomo della scorta di Roberto Saviano, che appena ha saputo chi ero ha cambiato la faccia scura in un sorriso, perché sua moglie è una mia appassionata lettrice. E con Dino De Laurentiis, a cui di avere 90 anni non importava nulla.

L’ha cercata lui?
Aveva letto tutti i miei libri ed era interessato a farne un film, che si girerà in Colorado. Ma più di tutto era interessato a me. Voleva farmi scrivere la sceneggiatura: mi sarebbe piaciuto.

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